il lavoro che cambia

Mettersi in proprio: i tre errori più comuni e come evitarli

di Lorenzo Cavalieri *


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(monamis - Fotolia)

4' di lettura

L’analisi delle dinamiche del mercato del lavoro nel passaggio tra 2017 e 2018 dimostra ancora una volta un consolidamento delle tendenze di fondo degli ultimi anni, sia in Italia che all’estero. Diminuiscono i contratti a tempo indeterminato, aumentano i contratti a termine, aumentano i lavoratori autonomi.

Nel mio ultimo articolo ho preso in esame quest’ultimo fenomeno proponendo cinque fondamentali domande strategiche a chi sceglie di mettersi in proprio. Per accompagnare la decisione di aprire una partita IVA è importante anche analizzare gli errori più comuni in cui si può incappare quando si intraprende un percorso di lavoro autonomo. Se si analizzano infatti a posteriori progetti professionali poi naufragati ci si accorge che quei progetti avevano vizi d’origine, avevano debolezze strutturali alle fondamenta. Descrivere ed esaminare queste debolezze è dunque molto utile prima di lanciarsi nel mondo della partita IVA e magari ritrovarsi solo dopo pochi mesi più poveri, impauriti e frustrati.

Il primo errore di progettazione di un passaggio di carriera nel lavoro autonomo è quello di considerare la partita IVA una mera opzione contrattuale e non un progetto di vita. È una questione di approccio psicologico e di mentalità che però poi si traduce in comportamenti concreti: sono formalmente una partita IVA ma ragiono e mi comporto come un dipendente. Quindi mi limito a fare ciò che i miei clienti mi chiedono, considero quasi inconsapevolmente i miei clienti come una “rendita sicura”, proietto i miei guadagni su base mensile associando nella mia testa le fatture ad una busta paga, percepisco gli investimenti come costi.

Chi vive la partita IVA come opzione contrattuale e non come progetto di vita si candida al fallimento. Il progetto di lavoro autonomo (soprattutto in Italia) contempla difficoltà organizzative e gestionali tali che un lavoratore con la mentalità da dipendente si condanna inesorabilmente alla frustrazione. Per questo è importante guardarsi allo specchio e chiedersi se davvero ci sentiamo imprenditori, anche nel caso in cui siamo stati costretti ad aprire una cosiddetta «falsa partita IVA». È molto facile capire se ci candidiamo ad essere «partite IVA infelici». Basta verificare come reagiamo di fronte ad un annuncio di lavoro da dipendente ad un bando di concorso pubblico che sembra ritagliato perfettamente sul nostro profilo. Se decidiamo di rispondere all’annuncio o di partecipare al concorso perché «non si sa mai» vuol dire che il progetto di lavoro autonomo che stiamo coltivando non ha solide fondamenta dentro la nostra visione del mondo e che dunque è meglio accantonarlo.

Il secondo errore di progettazione di un passaggio di carriera nel lavoro autonomo è legato alla dimensione finanziaria del progetto. Chi decide di mettersi in proprio ha davanti a sé un business plan piuttosto semplice nella sua struttura di base: fatturato meno costi. La cifra risultante va ripartita tra fisco e previdenza. Ciò che avanza rappresenta il nostro guadagno effettivo. Nella realtà però questo semplicissimo schema presenta alcune complicazioni che finiscono col determinare la differenza tra un progetto di successo e un progetto fallimentare.

Da questo punto di vista quando pensiamo di metterci in proprio rischiamo di cadere in 4 trappole: consideriamo i costi come tendenzialmente costanti nel tempo; sottostiamo il tempo effettivo necessario a metterci in produzione; sottostimiamo i costi di avviamento della “macchina” e, last but not least tendiamo a proiettare flussi di cassa in ingresso uniformi e regolari. In questa prospettiva l'ideale sarebbe quello di immaginare di dover presentare il nostro progetto ad una banca per un finanziamento. Il consulente bancario, dando per scontato il nostro umano e fisiologico ottimismo, ci costringerebbe a rivedere criticamente e rigorosamente i nostri numeri.

Quello che troppo spesso accade è che più o meno consapevolmente ci rifiutiamo di mettere sotto stress le nostre proiezioni finanziarie perché intuiamo che il progetto presenta delle debolezze. Sappiamo dentro di noi che ci stiamo lanciando nel mondo della partita IVA non perché vediamo un utile e un cash flow confortante nel nostro business plan, ma perché ci piace, o perché non vogliamo più dipendere da un capo, o perché ci appassiona l’attività, o ancora più semplicemente perché non vediamo alternative. Il problema però resta. Senza utile e senza cash flow non si va avanti. Pensiamoci attentamente prima di entrare nella folta schiera di chi amaramente confessa «non ce l’ho fatta perché i clienti non pagavano», «non ce l’ho fatta per la troppa burocrazia», «non ce l’ho fatta perché dovevo investire troppi soldi per andare avanti».

Il terzo errore di progettazione di un passaggio di carriera nel lavoro autonomo è quello di sottovalutare la dimensione di libertà e autonomia della partita IVA.
Quando pianifichiamo di metterci in proprio ci preoccupiamo di avere clienti e fatture da emettere e tendiamo a mettere in secondo piano le considerazioni sulla nostra libertà organizzativa e gestionale. Che senso ha diventare lavoratori autonomi se finiamo col diventare “dipendenti” dei nostri clienti? Se non abbiamo la possibilità di organizzare il nostro tempo secondo le nostre priorità, se non abbiamo la possibilità di delegare e farci sostituire? In questa prospettiva un progetto di lavoro autonomo che non si fonda su un piano di diversificazione dei clienti e su un piano di scalabilità delle attività (avere la possibilità di affidare a partner/collaboratori picchi di lavoro) è un progetto predestinato alla dipendenza, contrattuale e operativa, esattamente il concetto opposto a quello di imprenditorialità.

* Managing Partner della società di consulenza e formazione Sparring

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