intervista al presidente

Miani (commercialisti): «Ordini professionali da rifare»

di Maria Carla De Cesari


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4' di lettura

«Gli Ordini vanno rifondati. Devono dare garanzie su attività di interesse pubblico. Altrimenti eludiamo la provocazione che ci viene da tanti iscritti: perché mai ci si dovrebbe iscrivere a un Albo, sottostare a regole e controlli quando l’attività può essere svolta liberamente?». È da tempo che Massimo Miani, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, ragiona sul ruolo e sui presupposti degli Ordini e sulle condizioni della loro attualità. Questi enti pubblici, infatti, dopo essere scampati agli attacchi esterni dell’Antitrust sono ora erosi, in modo subdolo, dall’interno con conflitti sulle competenze tra le stesse professioni ordinistiche e con la deriva verso attività a basso valore aggiunto. E poi c’è il mercato che archivia attività e cerca nuove competenze. La riflessione sulla funzione degli Ordini si colloca sullo sfondo della proclamazione dello sciopero: comunque la si giudichi, un segno del malessere della categoria.

Ieri il Consiglio nazionale ha visto i sindacati. Che considerazioni avete fatto?

La riunione non era collegata allo sciopero, che è prerogativa dei sindacati. Il Consiglio nazionale sta lavorando a un manifesto della professione in vista degli Stati generali di maggio. Il Consiglio ha l'ambizione di ridefinire i presupposti della professione attraverso un percorso condiviso con tutti coloro che hanno responsabilità nel sistema. Il 20 marzo ci sarà l'incontro con i presidenti degli Ordini.

Il manifesto deve fare i conti con il malessere. Quando si è fatto l'Albo unico si diceva che la professione sarebbe stata più forte. Che cosa non ha funzionato?

Inutile fare il processo al passato. Probabilmente quando si sta bene si vive il presente e basta. Certo, il problema delle specializzazioni andava posto anni fa.

Le specializzazioni hanno provocato, nel 2017, una sollevazione nella categoria. Perché sarebbero la medicina?

Basta guardare a cosa accade. Ci sono elenchi di specialisti che nascono al di fuori degli Ordini. L'ultimo è quello dei curatori, tenuto dal ministero della Giustizia, il cui accesso è subordinato a un percorso specifico. Lo stesso potremmo dire dei revisori, anche se in questo caso l'elenco è di matrice europea. Il mercato ha bisogno di competenze specialistiche e se gli Ordini non sono in grado di certificarle vorrà dire che ci si rivolgerà altrove.

Gli ordinamenti del 900 non sono più sufficienti a giustificare gli Ordini, visto che tante attività, anche protette, sono superate dal mercato e altre sono diventate di routine e poco profittevoli?

Come Ordini ci dobbiamo porre il problema di garantire la qualità di prestazioni specialistiche che hanno un interesse pubblico. Non possiamo pensare di fondare il nostro ruolo sulla protezione di attività collegate agli adempimenti, prestazioni di servizi che fino a qualche anno fa erano molto redditizie e ora si stanno rivelando attività di scarsa o nulla soddisfazione economica.

Però la protesta si è coagulata intorno alla fattura elettronica.

L'85% dei commercialisti ha ancora il core business negli adempimenti. Bisogna avere il coraggio di cambiare, focalizzandoci sulle competenze.

Il vostro ordinamento professionale non prevede esclusive ma le attività tipiche coprono uno spettro amplissimo di competenze. Si deve ripartire da lì?

È vero, abbiamo un campo amplissimo in cui giocare ma gran parte di noi preferisce affollare lo stesso angolo. Occorre ripartire dalle competenze, che non possono coincidere solo con l'esperienza.

Il timore è che la specializzazione si trasformi in un corsificio inutile e dispendioso.

Bisogna fare le cose per bene. In Veneto, per esempio, si sono organizzati corsi di altissimo livello. Un mio amico, titolare di uno studio importante, alla consegna del diploma mi ha confidato: «Ero convinto di sapere tutto sulla valutazione, ho capito che non sapevo granché».

Perché oggi il tema della specializzazione dovrebbe funzionare rispetto a quanto accadde nel 2017?

Sono passati quasi due anni, abbiamo discusso a lungo e siamo arrivati a una condivisione. Per esempio, la specializzazione dopo due anni di anzianità di iscrizione all'Albo, invece di cinque.

Non si danneggiano i giovani?

Ho detto che la competenza non coincide con l'esperienza ma credo che quest’ultima sia un elemento di supporto. Il percorso lo immaginiamo così: cinque anni di università con corsi che siano tagliati per la professione, il tirocinio, l'iscrizione all'Albo, il corso di formazione che dura un anno e mezzo, con la possibilità di acquisire due titoli di specialista. Credo che i giovani abbiano grandi chance se sceglieranno di giocare in una parte del campo poco affollata. Dobbiamo valorizzare le attività che possiamo fare al di fuori dei servizi. Altrimenti le attività di consulenza verranno svolte al di fuori dell'Ordine.

Per gli Ordini la sfida è rifondarsi. Come?

Occorre individuare attività di interesse pubblico che devono essere garantite sotto il profilo della competenza e della correttezza di chi le svolge. Mi riferisco per esempio alle attività di certificazione delle informazioni per l'accesso al credito bancario o dei dati fiscali. La certificazione presuppone responsabilità e riveste un interesse pubblico. Il suo valore va pagato. Ecco perché non avrei timore di riaprire, in questo contesto, un confronto sulle tariffe minime.

La politica è sensibile a queste istanze?

Il compito di chi guida la professione è di non nascondere le difficoltà e di proporre soluzioni. Certo, su un piano complementare mi aspetterei che la flat tax premi anche le aggregazioni. Così come è congegnata, se uno studio ha tre soci, l'obiettivo diventa mettersi ognuno per sé e stare sotto i 65mila euro di ricavi. A quel punto la redditività è data dalla tassazione al 15% e non dall'efficienza e dall'innovazione.

Intanto sulle proroghe di spesometro ed esterometro si è arrivati a termine quasi spirato.

Si tratta di proroghe che il Consiglio nazionale aveva chiesto da tempo ed è dunque importante che siano alla fine arrivate. D'altro canto non possiamo che stigmatizzare il fatto che ancora una volta giungano all'ultimo minuto, cosa che ci ha costretti a lavorare nell'incertezza. È evidente che si tratta di un altro degli elementi che causano problemi e stress alla categoria. Occorre un cambio di passo nella gestione del calendario delle scadenze.

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