Festa del cinema di Roma 2018

FESTA DEL CINEMA DI ROMA

Michael Moore, dal 9/11 all’11/9: l’America senza speranza del regista Usa

di Eugenio Bruno


Fahrenheit 11/9

3' di lettura

A 14 anni da «Fahrenheit 9/11» Michael Moore riporta sugli schermi la caduta del sogno americano. Pressoché definitiva. A giudicare dal pessimismo e dalla sfiducia dell’autore che zampilla, fotogramma dopo fotogramma, nelle oltre due ore di proiezione alla Festa del cinema di Roma. Ripartendo dalla sua opera più famosa che nel 2004 gli era valsa la Palma d’oro a Cannes e riproponendo lo stesso titolo con la data ribaltata, il 64enne documentarista americano sembra aver perso la speranza nel suo paese. E Fahrenheit 11/9 diventa un lungo j’accuse su chi, come e perché ha consentito a un personaggio discusso come Donald Trump di arrivare alla guida della più grande potenza mondiale. In una parabola che il cineasta originario di Flint (Michigan) - dove è girata una delle parti più riuscite del film - giudica sempre più vicina a quella della Germania hitleriana.

Un racconto troppo in prima persona
L’accostamento così diretto, in un miscuglio non sempre riuscito di immagini del passato e parole del presente, è forse la parte meno riuscita del film. Quella in cui la narrazione in prima persona prende il sopravvento e finisce in alcuni punti per schiacciare la vicenda, già di per sé emblematica, che scorre sullo schermo. Dimenticando che uno dei segreti del documentario è quello di lasciare che siano i fatti mostrati sullo schermo a parlare da soli. Alla maniera di Frederick Wiseman per intenderci.

Le responsabilità dei Democratici
Forte della considerazione di essere stato uno dei pochi a intercettare prima del 9 novembre 2016 il rischio di una vittoria di Trump come reazione dell’America bianca, rurale, razzista e maschilista alle scelte troppo elitarie dei governi precedenti, Moore si lascia andare a una lunga invettiva contro lo stato maggiore del Partito democratico. Giudicandolo il vero responsabile del trionfo di Trump. In tutti i suoi esponenti di spicco. Da Hillary Clinton che si è preoccupata di parlare solo alla testa degli elettori al presidente uscente Barack Obama .

Moore allarga troppo il cerchio
Anziché insistere sulle contraddizioni evidenti del presidente Usa - dalle attenzioni eccessive rivolte alla figlia Ivanka appena adolescente ai rapporti con la Russia dalla sudditanza verso le lobby delle armi al legame con il governatore repubblicano del Michigan (Rick Snyder) colpevole di aver “avvelenato i pozzi” della sua Flint nel senso letterale del termine - Moore preferisce allargare continuamente il cerchio della sua analisi. Forse troppo. E, così facendo, l’autore sembra quasi ripetere il copione di qualche anno prima quando, invitato in una trasmissione televisiva proprio insieme a Trump, aveva preferito limitarsi all’ironia senza affondare il colpo contro quello che all’epoca era solo un miliardario eccentrico e discusso.

Una terra che ha perso la speranza
Per la verità, in Fahrenheit 11/9 di ironia c’è n’è poca ed è un peccato perché, nelle sequenze in cui la utilizza, Moore dimostra ampiamente di saperla maneggiare. Così come il parallelo con la Germania nazista finisce per apparire un po' forzato. Soprattutto perché non tiene conto di quei barlumi di speranza e di risveglio che gli Stati Uniti hanno già mostrato. E che lo stesso Moore non manca di filmare. A cominciare dalla lunga marcia degli studenti contro le armi da fuoco nelle scuole. Che è partita dalla Florida dopo il massacro Marjory Stoneman Douglas High School e, sfruttando il tam tam dei social, si è estesa al resto del paese. Portando in piazza centinaia di migliaia di giovani. Di ogni razza, colore e religione. Cittadini di oggi ed elettori di domani.

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti