ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl colloquio

Michaela Castelli: «La sostenibilità è prospettiva chiave, ma non abusiamone»

Dal Pnrr alla governance, per la presidente Acea, Nexi e Sea «serve una spinta corale che inneschi processi realmente virtuosi, poi il tema entrerà tra i valori fondanti»

di Celestina Dominelli

(IMAGOECONOMICA)

4' di lettura

«La sostenibilità è una prospettiva importantissima e strategica. Rappresenta l’asse portante per lo sviluppo del nostro futuro, ma non bisogna abusarne ». L’avvocatessa Michaela Castelli, specializzata in diritto finanziario, ha il dono della chiarezza. Che deriva dall’esperienza accumulata negli anni, di cui undici, all’inizio della carriera, trascorsi in Borsa Italiana, dove ha lavorato su quotazioni, operazioni straordinarie, compliance e corporate governance. Ora siede nei cda di Recordati e La Doria, è presidente di Acea, Nexi e Sea e, dall’osservatorio di Utilitalia, che raggruppa le aziende operanti nei servizi pubblici dell’ambiente e dell’energia e alla cui presidenza è stata da poco confermata, ha una visibilità allargata: «Dentro Utilitalia il panorama è variegato e la sostenibilità è intrinseca ai settori di business in cui operano le associate, ma occorre favorire una crescita più omogenea per soddisfare in modo duraturo e coerente le esigenze di un Paese che deve supportare il Green Deal europeo».

Al momento, infatti, la situazione si presenta a geometria variabile e potrebbe inficiare anche le ambizioni del Recovery Plan. «C’è un problema strutturale di fondo, vale a dire l’assenza di grandi operatori industriali, soprattutto al centro-sud, verso cui veicolare dei fondi, come potevano essere quelli del Pnrr che sono di pronto uso e con un orizzonte di investibilità molto breve». Il nodo, dunque, è la frammentazione con pochi big player in grado di sostenere l’accelerazione chiesta dalla Ue e una miriade di piccole realtà non sempre in grado di garantire un livello minimo di servizi. Bisogna, quindi, spingere sugli investimenti, adeguando, ove necessario, le tariffe: «A fronte dei 95 euro di media pro-capite in Europa, la media italiana si attesta su circa 45. Ma, in alcune zone del Paese, si arriva anche a 4-9 euro di spesa media a fronte di aziende come Acea che investono 80 euro».

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Insomma, urgono le contromisure. «Le Regioni devono essere un veicolo virtuoso per favorire anche dei percorsi di investimento tailor-made che tengano conto delle caratteristiche del territorio, agendo in armonia per contribuire al necessario progresso nazionale», rimarca la manager. E cita altri due esempi, la depurazione e i rifiuti, per ribadire la necessità di una stretta, di interventi di snellimento e semplificazione degli iter autorizzativi. «Sono temi sui quali, nel momento in cui si liberano risorse come quelle legate al Pnrr, il governo deve approntare un contesto normativo che risolva il problema alla radice».

Serve, dunque, un passaggio forte per smuovere le acque. Com’è servito quello sulle quote rosa con la legge Golfo-Mosca che ha imposto una svolta a partire dalle quotate: «Uno step necessario perché altrimenti ci saremmo arrivati in modo sicuramente molto più lento. Però, poi, alla legge sono seguiti alcuni elementi esogeni, da ultimo questa terribile pandemia, che hanno rimescolato i nostri valori culturali». Ed è su questi ultimi che dobbiamo battere. «Bisogna trasformare il modello familiare tradizionale - dice -. Ecco perché, come aziende, si sta investendo molto nel dialogo con le nuove generazioni, soprattutto su certe professioni, quelle collegate alle lauree Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, ndr) in cui le donne sono ancora poche ma con risultati eccellenti», poiché, aggiunge, «si fa fatica spesso a trovare figure femminili in certi settori, ma la vera sfida è lavorare sul tessuto culturale e con i giovani». Perché tutte le rivoluzioni cominciano dal basso. «Quando ero in Borsa, ho gestito 40 istruttorie di ammissione a quotazione nell’anno in cui è nata la mia seconda figlia e ci sono riuscita perché il mio ad di allora, Massimo Capuano, ha avuto la lungimiranza di scommettere sulle nuove generazioni e sulle donne».

Pur con un carico familiare non da poco, ha continuato quindi a lavorare nella fase calda dello sviluppo industriale di Borsa dopo la privatizzazione e delle nozze con quella londinese e ha affinato via via anche il suo bagaglio di conoscenze sui temi della governance, sui cui vira poi il colloquio. «Il monistico? Per alcune realtà industriali, molto complesse per struttura societaria e business, sarebbe il modello più efficiente, ma è vero anche che l’assetto di governance maggiormente seguito in Italia è figlio di una lunga tradizione e di specificità tipiche di questo paese che lo rendono sicuro. Molte cose, però, stanno cambiando e sarà necessario lavorare su più fronti». Il primo è la formazione che deve investire i consiglieri di amministrazione. «Ormai è una professione. Certo, un po’ impari anche con l’esperienza, ma servirebbero dei corsi specifici per veicolare meglio i contenuti e una corretta comprensione del ruolo». Che comporta responsabilità crescenti, come quelle del presidente, garante del bilanciamento tra diverse istanze. «Io interpreto così il mandato. Ho assunto il ruolo di presidente partendo sempre dalla posizione di consigliere e di tecnico quale sono e credo che entrambe queste attività richiedano una professionalità specifica».

Non ci si può improvvisare, dunque. Così, quando le si chiede cosa pensa degli ultimi principi, targati Assonime, che ribadiscono la titolarità del dialogo con l’esterno in capo alle figure chiave delle società, limitando gli scambi one-to-one con i consiglieri indipendenti solo per casi circostanziati, la replica è chiara. «Sono d’accordo, ma il nodo resta la formazione». Perché le sollecitazioni verso i consiglieri vanno aumentando, come pure le responsabilità. E spuntano altri esempi legati alla verifica dell’indipendenza degli amministratori e alle operazioni con parti correlate. Un tassello su cui l’ultimo giro di vite della Consob ha irrobustito casi e soggetti coinvolti. «L’Authority è andata molto avanti recependo una direttiva europea nello stesso anno in cui i cda si sono confrontati con il nuovo processo di verifica dell’indipendenza». E molti sono stati i dubbi interpretativi con cui i consiglieri hanno dovuto misurarsi partendo da livelli di preparazione su argomenti estremamente tecnici molto diversi. «Un modello auspicabile - conclude -, dovrebbe a mio avviso favorire il confronto e il dialogo tra società e autorità di vigilanza anche in fase di costruzione di una buona governance, con meccanismi che consentano un accesso più veloce e diretto di chi deve declinare le regole nella propria azienda con chi le regole le scrive».

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