famiglia e finanza

Michele Canepa si ricompra l’azienda fondata dal padre per «salvarla» dai fondi

di Giulia Crivelli


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5' di lettura

Per molti anni Michele Canepa si è limitato a osservare le alterne fortune dell’azienda fondata dal padre nel 1967, la Canepa, che nel comasco rappresenta un’eccellenza tessile e lavora con tessuti e filati pregiati di seta, cashmere, cotone, lino ma anche lana e canapa. Lo ha fatto perché aveva un’azienda sua alla quale pensare, la Taroni, acquisita alla fine degli anni 90 e rilanciata insieme al figlio, mentre la sorella Elisabetta era rimasta nell’impresa di famiglia come presidente, ruolo che ricopre tuttora.

Il fallimento da scongiurare
Da qualche mese però l’imprenditore ha cominciato a guardare con preoccupazione alla Canepa: da meno di un anno la maggioranza era passata al fondo IDeA Ccr II, che però tre mesi fa aveva fatto richiesta (accettata) al tribunale fallimentare di Como di «concordato preventivo in bianco». Il giudice ha concesso sei mesi di tempo (ora ne rimangono solo tre) per depositare un piano concordatario. Se questo non avverrà, il passo successivo sarà la dichiarazione di fallimento. Pochi giorni fa l’annuncio della cessione da parte di IDeA Ccr II alla cordata rappresentata dalla società Taroni Re, che fa capo a Michele Canepa e Maurizio Ceriani, manager con il quale collabora da molti anni.

La decisione di «tornare a casa»
«È con grande emozione che rientro nel gruppo dopo tanti anni. È vero, ho proseguito attraverso Taroni la tradizione di tessitura della famiglia ma tornare oggi per rilanciare il lavoro dell’azienda che mio padre e mia madre avviarono nel 1967 e che poi dal 1968 ha visto partecipi anche me e mia sorella Elisabetta, è assolutamente straordinario. Ho sentito il dovere di fare questo passo per cercare di tutelare il lavoro di tanti collaboratori, molti dei quali avevo assunto prima di lasciare l’azienda», racconta Michele Canepa. A chi pensasse a una concorrenza con Taroni, risponde: «Sono due società tra loro complementari, con una grande competenza progettuale, una spiccata creatività e un archivio storico prezioso. Con Maurizio Ceriani vogliamo lavorare per riportare il gruppo al prestigio degli anni passati, rafforzando l’offerta di prodotti di alta qualità».

Fatturato in forte calo
Il terreno da recuperare è tanto: nel 2017 il fatturato di Canepa era di 80 milioni, sceso a 50 nel 2018 e previsto a 40 milioni per il 2019. «Sulla carta sono numeri difficili, ma io so quanto know how c’è in questa azienda. Credo che il fondo si sia arreso troppo presto, alle prime difficoltà – racconta Michele Canepa –. Chi, come me, lavora nel tessile da molti anni, sa che siamo parte di una filiera complessa e per certi versi delicata. Se si inceppa un meccanismo, un anello, ne risentono tutti. A Canepa è successo che molti clienti non sono riusciti a pagare in tempo e che, nell’incertezza attuale, altri clienti hanno rimandato commesse e ordini. Capita. È successo in passato e accadrà ancora. Non bisogna spaventarsi: non devono farlo manager e proprietà e non devono farlo le banche. Questo spettro degli Npl è diventato l’incubo ricorrente di chiunque, ma io ho intenzione di affrontarlo».

Il rilancio
«Abbiamo tre mesi per leggere tutte le carte, verificare lo stato di ogni processo e mettere a punto un piano di rilancio – spiega Michele Canepa –. Dobbiamo farceli bastare. Alcuni purtroppo hanno già lasciato l’azienda, ma alle persone che sono rimaste prometto che sarà un lavoro di squadra e che ognuno deve poter fare la sua parte». L’ultimo dato disponibile, del 2018, indica che il gruppo ha circa 800 dipendenti, il 25% dei quali tecnici creativi. Grazie a loro vengono realizzati ogni anno oltre 25mila disegni originali di prodotto e nel 2018 la produzione è stata di circa 3 milioni di metri di tessuti jacquard, uniti e stampati (tradizionale e ink jet) su oltre 160 telai e stamperie di proprietà tutte localizzate in Italia.

    All’avanguardia nella sostenibilità
    Da qualche mese si è rinvigorito il dibattito sulla sostenibilità sociale e soprattutto ambientale delle aziende. Di quelle tessili in particolare, visto che l’industria della moda nel suo complesso è la seconda più inquinante al mondo. In questo sia Canepa sia Taroni sono all’avanguardia. Un vantaggio competitivo, in un mondo che sembra avere una rinnovata coscienza ambientale. «Canepa è stata la prima impresa tessile al mondo ad aderire alla campagna Detox di Greenpeace, per una supply chain della moda trasparente e libera da sostanze tossiche», ricorda Michele Canepa. Ma c’è molto di più, progetti in cui il gruppo ha investito anche negli anni in cui l’imprenditore era impegnato con Taroni: il dipartimento di ricerca e sviluppo interno CanepaEvolution, ha ideato e realizzato il brevetto Kitotex SAVEtheWATER, depositato addirittura nell’ottobre 2012, che elimina l’utilizzo delle microplastiche nella lavorazione dei filati sostituendo la metacrilammide generalmente utilizzata nella fase di tintura e nobilitazione con il chitosano, una sostanza di origine naturale, atossica, biocompatibile e biodegradabile, ottenuta dalla chitina contenuta nell’esoscheletro dei crostacei, scarto dell’industria alimentare, approvata anche dalla Food & Drug Administration americana.

    Standard internazionali
    All’inizio del 2018 il marchio Canepa ha inoltre ottenuto la certificazione Gots (Global Organic Textile Standard), il più importante standard per la produzione sostenibile d’indumenti e prodotti tessili realizzati con fibre naturali da agricoltura biologica; nel frattempo il dipartimento CanepaEvolution continua a lavorare a nuovi brevetti e si sta impegnando nel riciclo e nell’economia circolare, perché la salvaguardia dell’ambiente è ormai un’urgenza e la Canepa ne ha fatto la sua mission. «Una missione che condivido sia per ragioni etiche sia perché poter dimostrare sostenibilità e trasparenza è un valore aggiunto e sempre di più lo sarà, in particolare nell’alta gamma, dove già oggi i clienti finali si dichiarano disposti a pagare qualcosa in più se sanno di limitare l’impatto dei loro consumi sull’ambiente», sottolinea Michela Canepa.

    Il nodo del turn over
    Nei decenni passati ricoprendo ruoli apicali dell’industria tessile, Michele Canepa ha fatto tantissimi colloqui e assunzioni. Sa che nei prossimi cinque anni Sistema moda Italia stima l’uscita dalla filiera di 50mila figure strategiche e sa anche che il turn over non è garantito: sono solo un quinto delle persone in uscita i giovani che stanno seguendo un percorso di formazione. L’imprenditore non condivide però le preoccupazioni legate a quota 100: «In questo settore si lavora, a tutti i livelli, soprattutto per passione. E mi spiace che i giovani non capiscano fino in fondo che il tessile è sì un’industria matura, ma anche un’industria che richiede sempre più competenze a metà tra l’ingegno, la creatività e la tecnologia. Non mi preoccupa quota 100 perché sono sicuro che molte persone andranno formalmente in pensione, ma poi continueranno a lavorare in altre forme».

    La formazione
    Meno ottimista per quanto riguarda la capacità di insegnare ai giovani prima che arrivino in azienda. «Le poche scuole tecniche rimaste non sfornano tecnici, o comunque non del tipo che le imprese danno bisogno. Il confronto con alcuni Paesi del nord Europa è impietoso: in Norvegia, Svezia, Danimarca, esistono corsi universitari o addirittura facoltà di ingegneria tessile. In Taroni durante l’estate abbiamo ospitato alcuni studenti per stage o scambi e sono tutti bravi, preparati e appassionati. Non è assurdo che in Italia, unico Paese al mondo ad avere ancora una filiera del tessile-abbigliamento di fascia alta intatta questi corsi universitari non esistano e che le scuole tecniche siano considerate istruzione di serie B?». Sì, è assurdo.

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