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Microcredito, così uno «strumento sociale» è diventato una classe (redditizia) di investimento

di Maximilian Cellino

Agenda 2030, Yunnus: questo sistema economico non è sostenibile


3' di lettura

Non solo garantire il credito a chi non potrebbe accedervi attraverso i canali tradizionali. Oltre a quella che viene definita «funzione sociale», il microcredito può anche insospettabilmente rivelarsi un investimento efficace e redditizio per chi, sull’altro fronte, impiega di fatto le proprie risorse finanziarie mettendole a disposizione di questo strumento. La conferma arriva da uno studio realizzato dalla Luiss Business School con la collaborazione di Mikro Kapital, società specializzata nell’impact investing e nel microcredito, all’interno del quale si analizzano le dinamiche in atto e soprattutto le prospettive di un settore che è in costante e significativa crescita.

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Un mercato che supera ormai i 100 miliardi di dollari
Nel 2015 erano 70 miliardi i dollari investiti e oltre 200 milioni di soggetti finanziati a livello globale, ai quali si è aggiunto poi aggiunto un impegno totale per ulteriori 37 miliardi nel 2016 in aumento del 9% rispetto all’anno precedente, mentre gli analisti stimano una crescita media annua nell’ordine del 15% nel periodo 2016-2020. È interessante notare come una fetta cospicua di questo denaro (13,5 miliardi a fine 2017 secondo il rapporto annuale pubblicato da Symbiotics, con una incremento media annua delle attività gestite del 22% fra il 2006 e il 2016) venga ormai gestita attraverso veicoli indipendenti di investimento (Microfinance Investments Vehicles, Miv): una testimonianza dell’esistenza di un mercato e di un interesse in costante aumento per il microcredito come asset class.

Dal contributo pubblico all’investimento dei privati
Ed è ancora più rilevante il fatto che nel corso del tempo la stessa platea degli investitori si sia evoluta e alla prevalenza del denaro pubblico si siano sempre più sostituiti i fondi di provenienza privata: la maggior parte delle fonti di finanziamento proviene dagli investitor istituzionali (52%), il 28% arriva dai soggetti retail e la quota legata agli investitori pubblici si è ormai ridotta al 20 per cento.

Il microcredito sembra dunque in grado di attirare in misura sempre maggiore investitori privati (professionali e non) non soltanto per i riflessi che hanno sulla riduzione della povertà, sull’inclusione finanziaria e sullo sviluppo sostenibile, ma anche in virtù dei rendimenti che possono garantire agli stessi finanziatori. «Questi ultimi sono caratterizzati da una volatilità ridottissima e significativamente inferiore a quella delle altre principali classi di investimento, rispetto alle quali sono inoltre scarsamente correlati: due elementi che rendono la microfinanza un’interessante diversificazione che contribuisce a migliorare l'efficienza del portafoglio stesso», rileva Raffaele Oriani, Associate Dean Luiss Business School e fra i curatori della ricerca.

Volatilità e rischi ridotti
L’indice Smx-Miv Debt, che misura le performance di una selezione di fondi che investono prevalentemente nel settore, ha in effetti registrato negli ultimi 10 anni rendimenti medi mensili dello 0,25% a fronte però di una volatilità dello 0,16% contro il 4,68% dell’Msci World o il 2,56% del Jp Morgan Emerging Market Bond Plus. «I prestiti concessi sono interamente collateralizzati, dato che ogni investimento o credito concesso è accompagnato da una garanzia reale», aggiunge Vincenzo Trani, fondatore e presidente di Mikro Kapital, a sottolineare un’altra delle caratteristiche dell’investimento in microfinanza: quello del basso tasso di insolvenza dei crediti concessi, con svalutazioni che secondo i dati Symbiotics dal 2012 sono sempre state inferiori allo 0,7% mentre gli accantonamenti non hanno mai superato il 2,7 per cento.

Le alternative per gli investitori
Gli strumenti a disposizione degli investitori sono i più disparati. Attraverso i suoi due principali fondi Mikro Fund e Alternative Fund, Mikro Kapital ha per esempio finanziato a oggi quasi 50mila piccole società operando in 16 paesi differenti del mondo emergente (in particolare nell’area attorno alla Russia e lungo l’asse della «Via della seta») e arrivando a gestire allo scoros giugno circa 434 milioni di euro. Questi due strumenti emettono a loro volta obbligazioni dalla durata breve (24 o 36 mesi) che offrono a investitori instituzionali e professionali una cedola fissa (in genere superiore al 7%), garantiscono la copertura dal rischio valuta e possno contare su un tasso di default dei prestiti sottostanti inferiore all’1 per cento. Ma sul mercato esistono strumenti in grado di finanziare anche famiglie.

Una soluzione «win-win»
A chi avanza il legittimo dubbio rendere il microcredito un’attività finanziaria possa in fin dei conti compromettere o limitare la sua funzione «sociale», Oriani risponde che «il microcredito non deve essere necessariamente inteso come un’opera di beneficienza» e rappresenta semmai una soluzione vincente per «chi riceve un finanziamento a condizioni che non potrebbe ottenere altrove e chi invece riesce a ottenere un rendimento il linea con il proprio profilo di rischio». Il fatto che le fonti private si siano progressivamente sostituite al finanziamento pubblico è in fondo una testimonianza di quanto la microfinanza possa trasformarsi in un fenomeno «win-win» per le parti in gioco.

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