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Mid-Term elections: cosa sono e a cosa servono

di Marzia Redaelli


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(Afp)

3' di lettura

Il 6 novembre prossimo si svolgeranno negli Stati Uniti le elezioni di “Mid-Term”, cioè di metà mandato. Le Mid Term elections sono un test importante per il gradimento del Presidente in carica, Donald Trump, sebbene lui non sia sottoposto direttamente al voto popolare. Queste elezioni, infatti, servono per rinnovare una parte del Congresso e per designare i governatori di alcuni stati della federazione Usa (insieme al loro apparato amministrativo e di giustizia).

Le Mid Term elections sono indette ogni due anni perché tanto dura la carica dei 435 membri della Camera dei Rappresentanti e, quindi, coincidono sempre con il giro di boa del quadriennio presidenziale. Invece, solo una parte dei senatori -

che restano in carica sei anni - va alle urne. Quest’anno ci sono 35 senatori che terminano il loro incarico (su 100): 26 sono democratici e 9 sono repubblicani (di cui 3 pronti a uscire dalla scena politica perché vanno in pensione).

In griglia di partenza, dunque, i repubblicani sono favoriti , perché rinnovano meno seggi e mantengono un maggior numero di quelli già conquistati; i democratici, viceversa, devono rimettere al giudizio popolare più poltrone. Certo, alla sfida in Parlamento si aggiunge quella dei governatori, che a seconda degli esiti potrà contribuire a spostare l’ago della bilancia politica del Paese.

In ogni caso, sembra poco probabile che si formi una maggioranza che abbia la legittimità per mandare il Presidente “all’impeachment”: per mettere il Presidente in stato d’accusa e per rinviarlo a giudizio - un procedimento che porterebbe alla sua destituzione - servirebbe il consenso di due terzi dei senatori e quindi anche dei repubblicani, che adesso hanno 51 seggi .

Ogni Stato, inoltre, elegge due senatori, indipendentemente dal numero degli abitanti. Questa è un’altra circostanza che potrebbe giocare pro-partito repubblicano, dato che gli Stati più piccoli e rurali (come il Wyoming) sono tendenzialmente a favore di Trump e competono ad armi pari con gli Stati più popolati.

I sondaggi, tuttavia, danno i democratici in testa: secondo il sito RealClear Politics, il 48% dei votanti sceglierà il partito democratico, a fronte del 41% che darà il consenso ai repubblicani. Ma si sa, le proiezioni elettorali non danno certezze. Nelle elezioni del 2014 (a metà mandato di Barack Obama) i sondaggi avevano anticipato la vittoria dei repubblicani. Ma anche nel 2010 le statistiche pre-elezioni li davano in vantaggio, mentre furono sconfitti proprio da Barack Obama, democratico e primo Presidente nero degli Stati Uniti.

Queste elezioni di metà mandato hanno una grande rilevanza : grazie a una

politica fiscale particolarmente vantaggiosa, la Presidenza Trump ha messo il volano all’economia a stelle e strisce, già in fase di crescita da anni con la manovra monetaria espansiva della Federal Reserve. Ma Trump ha anche sparigliato le carte della globalizzazione con la guerra dei dazi dichiarata al mondo, soprattutto alla Cina. Il risultato è che Wall Street guadagna ancora il 4% da gennaio (nonostante la correzione recente), mentre la maggior parte delle altre Piazze azionarie è in perdita da inizio anno. Il risultato delle Mid Term, dunque, potrebbe cambiare di nuovo il paradigma dell’economia (che si avvicina alla fine di un ciclo lungo e positivo) e della finanza globale; sia in caso di conferma dello stile aggressivo di Trump, sia in caso di un minore apprezzamento della

“real politik” del Presidente. In realtà, alcuni analisti ritengono che la competizione Usa-Cina sia una questione annosa, che travalichi la personalità degli uomini che siedono a Washington (anche il Tpp, la partnership commerciale trans-pacifica firmata da Obama non includeva la Cina) . E’ indubbio, comunque, che la partita di queste elezioni sia importante per la politica internazionale e per le Borse, perché verte su temi quali l’immigrazione (in gran parte manodopera), l’assistenza sanitaria (che coinvolge molte aziende quotate che operano nel settore), la politica fiscale interna (che ha espanso i conti pubblici) e le relazioni commerciali tra Stati Uniti e il resto del mondo.

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