sicurezza

Migranti, nel 2017 oltre 17mila rimpatri (+15%)

di Marco Ludovico


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(ANSA)

3' di lettura

Lombardia (3.765) e Puglia (4.375) sono le regioni con più rimpatri di migranti irregolari. Seguite da Lazio (2.174), Sicilia (1.593) e Piemonte (1.436) (si veda la tabella a fianco). I dati globali sulle espulsioni sono stati forniti dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, nel question time di mercoledì. Dall’inizio dell’anno sono stati rintracciati in Italia 39.634 migranti irregolari (+ 15% rispetto al 2016) e allontanati, tra rimpatri e riammissioni nei paesi d’origine, 17.405 (+15,4% rispetto all’anno scorso).

Il Sole 24 Ore ha potuto prendere visione dei dati per territorio e nazionalità. A dispetto di tante dicerie politiche, il contrasto agli irregolari è crescente e progressivo. Al 15 ottobre gli stranieri effettivamente allontanati erano 16.388; venti giorni dopo - il dato riferito da Minniti in Parlamento è aggiornato al 5 novembre - sono aumentati di oltre un migliaio (+6,2%). Nonostante le difficoltà per la carenza di Cpr (centri per i rimpatri) operativi solo a Bari, Brindisi, Caltanissetta, Torino e Roma, in arrivo a fine anno a Potenza. E gli ostacoli con una serie di Stati non così propensi a fare accordi di riammissione.

Il calo degli sbarchi, certo, resta un dato positivo (114.606 da inizio 2017, -31,49%). Colpisce però il confronto tra le nazionalità di maggior afflusso (Nigeria, Guinea, Costa D’Avorio e Senegal) e quelle in testa per i rimpatri: Albania (7.502), Tunisia (1.660), Marocco (995) e Moldavia (686). Le intese con le nazioni di appartenenza sono decisive. Gli albanesi rifiutatisi di dare seguito all’espulsione sono stati solo 731. Ma i marocchini non rimpatriati sono stati invece 6.384, sei volte più di quelli riportati nella nazione d’origine. Gli algerini irregolari rintracciati ma rimasti sono 1.793, oltre sette volte i connazionali rientrati. E i tunisini ancora in Italia ma trovati privi di titoli sono 2.892.

Il divario tra rientri e permanenza di migranti senza permesso di soggiorno si spiega con le difficoltà delle procedure di identificazione. Basti pensare al dato del Sudan (le cifre sono molto più basse perché prevale l’asilo politico): 18 irregolari rimpatriati a fronte di 406 rimasti in Italia.

L’Italia poi deve fare i conti con le richieste di riammissioni provenienti da altri Stati: a metà ottobre ammontavano a quasi 15mila stranieri considerati in quelle nazioni privi di titolo e accertati provenire dal nostro territorio. Mentre nei 16.388 migranti allontanati al 15 ottobre vanno conteggiati anche 1.325 accolti in altri Stati per nostra richiesta di riammissione. Ieri a Trieste e oggi a Venezia saranno inaugurati i nuovi uffici del dipartimento di Pubblica sicurezza, guidato da Franco Gabrielli, destinati alla Polizia delle Frontiere e dell’immigrazione. I due capoluoghi sono in prima linea nel controllo dei flussi in arrivo, compresa la rotta dalla Turchia di recente rafforzatasi.

I viaggi dalla Libia invece sono ormai sporadici, per ora, ma questo non allenta la tensione internazionale. Anzi. Ieri al termine della riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul paese nordafricano è emersa questa dichiarazione: «Bisogna avviare immediatamente un dialogo costruttivo in Libia perché ulteriori ritardi costituirebbero solo un danno e altre sofferenze al popolo libico». Ancora più preoccupato il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, presidente della riunione al Palazzo di  Vetro: «In questo momento l’attenzione ai confini libici è un imperativo per la sicurezza, compito che deve essere condiviso da tutti i principali attori della comunità internazionale». Ricorda Alfano: «Dopo la sconfitta dell’Isis in Iraq e in Siria, i combattenti stranieri possono tornare in Libia e da lì in Europa». Come sanno bene - sono in piena allerta - i servizi di informazione e sicurezza italiani (Dis, Aisi e Aise) e non solo.

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