giustizia e diritti

Migranti, boom di ricorsi contro il «no» all’asilo. E i tempi si allungano

Aumentano i ricorsi dei migranti che chiedono asilo e si allungano i tempi dell’esame in tribunale, nonostante la riforma del 2017 che mirava a sveltire le pratiche

di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei


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(Agf)

4' di lettura

Tempi sempre più lunghi nei tribunali per i ricorsi dei migranti contro i «no» alle richieste di asilo decisi dalle commissioni territoriali del ministero dell’Interno. L’obiettivo di decidere in quattro mesi, fissato ai giudici dal decreto legge 13, in vigore dal 17 agosto 2017 e voluto dall’allora ministro dell’Interno, Marco Minniti, per sveltire le procedure, è rimasto sulla carta.

Di più: in base ai dati forniti al Sole 24 Ore del Lunedì dalle sezioni specializzate in materia di immigrazione istituite nei tribunali proprio dal decreto del 2017 emerge che il periodo necessario per definire i ricorsi invece di ridursi si è allungato, raggiungendo picchi di 35 mesi a Catania e di 24 mesi a Brescia e Venezia.

Due le ragioni della dilatazione dei tempi: da una parte, il giro di vite sulle richieste di asilo impresso dal primo decreto sicurezza (Dl 113/2018), che ha cancellato il permesso di soggiorno per motivi umanitari e ha fatto aumentare i «no» all’asilo delle commissioni territoriali del ministero dell’Interno e, di conseguenza, i ricorsi in tribunale; dall’altra, l’assenza di risorse, visto che la riforma del 2017 è stata fatta senza aumentare gli organici.

Una crescita che pesa sul lavoro dei tribunali e che sembra non in linea rispetto al forte calo degli arrivi di migranti negli ultimi due anni. Ma nei fatti la diminuzione degli sbarchi non ha ancora avuto effetti nelle aule giudiziarie, poiché i ricorsi in tribunale riguardano le bocciature delle domande di asilo da parte delle commissioni territoriali del ministero dell’Interno, alle quali spetta il primo esame delle richieste.

Obiettivo mancato
La riforma del 2017 ha giocato la carta delle sezioni specializzate - istituite nei 26 tribunali che si trovano nelle città sede anche di Corte d’appello - per tentare di razionalizzare e velocizzare l’esame dei ricorsi dei migranti contro i dinieghi alla protezione internazionale. Ha inoltre dato ai tribunali la possibilità di saltare l’udienza e basare la decisione sulla videoregistrazione dell’audizione del migrante in commissione.

La riforma ha anche previsto che i ricorsi fossero decisi da un collegio di tre giudici (mentre in precedenza si applicava il rito monocratico) entro quattro mesi (prima erano sei). Ma «il passaggio alla decisione collegiale ha determinato un allungamento dei tempi, anche perché nei collegi non possono entrare i giudici onorari, dice il presidente del Tribunale di Bologna, Francesco Caruso». «La possibilità di utilizzare le videoregistrazioni non ha portato benefici - continua - perché i giudici ripetono sempre le audizioni. Senza potenti iniezioni di organico rischiamo che nel 2022 questi procedimenti diventino ultratriennali. A Bologna, se permane l’attuale divaricazione fra definizioni e iscrizioni, fra qualche tempo la durata potrebbe arrivare a 1.589 giorni ».

Inoltre, la riforma ha abolito la possibilità di ricorrere in Corte d’appello: le decisioni dei tribunali possono essere impugnate solo in Cassazione. Il risultato è stato però che anche la Suprema corte è stata inondata dai ricorsi: i fascicoli in materia di immigrazione sono passati da 374 nel 2016 a 6.026 nel 2018; e nel primo semestre del 2019 sono già 4.929.

A più di due anni dal debutto, sembra quindi che l’obiettivo di sveltire le procedure non sia stato centrato. Non solo dai tribunali arriva chiara l’indicazione che rispettare il termine di quattro mesi sia «impossibile». Ma in molti casi i tempi di definizione sono addirittura aumentati rispetto a quelli precedenti.

A pesare, in alcune sedi, è anche l’arretrato. Come a Catania, dove «sull’allungamento dei tempi sta influendo molto lo smaltimento dei fascicoli iscritti prima dell’entrata in vigore della riforma», come spiega il presidente di sezione Massimo Escher.

Perché i ricorsi sono aumentati
Nonostante il calo degli arrivi dei migranti degli ultimi due anni (da 119.369 nel 2017 si è scesi a 23.370 nel 2018 e a 11.471 nel 2019), i ricorsi contro i dinieghi delle richieste di asilo sono in aumento. Se proiettiamo i dati del primo semestre (33. 232 nuove iscrizioni) su tutto il 2019 si arriva a 66.464 procedimenti, con un incremento del 38% rispetto al 2018 (48.175). Ma è probabile che la crescita sia ancora maggiore: a Torino, ad esempio, in cinque mesi (da luglio a novembre 2019) sono stati presentati più ricorsi (2.388) di quelli arrivati nel primo semestre dell’anno (1.911).

Quali sono le ragioni dell’aumento dei ricorsi dei migranti? A giocare un ruolo determinante è stata la stretta voluta dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini con il primo decreto sicurezza. Il Dl 113 in vigore dal 5 ottobre 2018 ha infatti abrogato la protezione umanitaria, uno dei tre canali di rilascio del permesso di soggiorno, sostituendola con i permessi concessi per motivi speciali: gravi condizioni di salute, violenza o sfruttamento, calamità naturali e atti di valor civile. Questo ha fatto aumentare le bocciature delle richieste di asilo da parte delle commissioni territoriali: la percentuale di no è salita all’80% rispetto al 60% precedente.

Ma a incidere è stato anche l’aumento delle decisioni delle commissioni dopo i rinforzi dati da Salvini: le domande esaminate sono state 81.527 nel 2017, mentre nel 2019, proiettando i dati dei primi dieci mesi a fine anno, sarebbero 97.676.

IL BILANCIO

<br/>L'andamento dei ricorsi dei migranti contro i rifiuti delle richieste di asilo da parte delle Commissioni territoriali del ministero dell'Interno. Dati di 20 sulle 26 sezioni specializzate in materia di immigrazione. Note: (*) Dal 1° luglio 2018 al 30 giugno 2019; (**) dato al 31 agosto 2019; (***) senza Lecce e Brescia. (Fonte: elaborazione del Sole 24 Ore su dati forniti dai Tribunali)

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