INTEGRAZIONE

Migranti, che cosa sono i corridoi umanitari proposti da Salvini

di Andrea Carli


Migranti, ecco le tappe della vicenda Sea Watch

2' di lettura

14 novembre scorso. È un mercoledì. Cinquantuno richiedenti asilo e rifugiati scendono dalla scaletta di un aereo atterrato pochi minuti prima all’aeroporto di Pratica di Mare. Sono stati individuati nei campi di detenzione libici dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati. Sono stati prima trasferiti in strutture di accoglienza dell’Onu in Niger, quindi il volo per l’Italia. È il primo corridoio umanitario gestito dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, che infatti è lì ad accogliere queste persone. «L’unico arrivo possibile per i migranti - sottolinea il responsabile del Viminale - è in aereo, non sui barconi, perché sono gestiti dai criminali e io non mi rassegnerò finché c’è un barcone che parte».

Quella dei corridoi umanitari, che punta a far entrare in Italia a bordo di voli di linea profughi che versano in condizioni di particolare vulnerabilità ed evitare così i barconi nel Mediterraneo, è una formula che il leader leghista, in queste ore tra i meno inclini ad accogliere una parte dei 49 migranti che attendono il via libera a sbarcare nel porto di Malta a bordo delle navi Sea Watch e Sea Eye, sostiene.

Il progetto pilota della Comunità di Sant’Egidio
Il progetto pilota dei corridoi umanitari è stato avviato a febbraio del 2016 in Italia da Comunità di Sant'Egidio, Federazione delle Chiede Evangeliche in Italia e Tavola Valdese, in intesa con i Ministeri dell’Interno e degli Affari Esteri. Il meccanismo, autofinanziato dalle associazioni che l’hanno promosso, prevede che le stesse inviino sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Viminale rilasciano dei visti umanitari con validità territoriale limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi potranno presentare domanda di asilo.

Il corridoio umanitario della Cei in Etiopia
Il progetto ha portato in Italia dal Libano, in modo sicuro e protetto, 1.249 richiedenti asilo (dato al luglio 2018), di varia nazionalità (siriani, palestinesi, iracheni, yemeniti). Nel giugno 2017 circa il 70% aveva ottenuto lo status di rifugiato e nessuna domanda si era risolta con un diniego. Anche la Cei, ancora in collaborazione con la Comunità di Sant'Egidio e i Ministeri, ha aperto un corridoio umanitario in Etiopia: a giugno 2018 erano 327 i profughi accolti, sui 500 previsti in 2 anni. Intanto questo modello italiano è stato ripreso prima dalla Francia e poi dal Belgio.

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