SALVATAGGI E REGOLE

Migranti, cos’è la missione Sophia e perché Salvini la vuole cambiare

di Alberto Magnani


(Ansa)

3' di lettura

In vista del vertice di giovedì a Innsbruck, in Austria, il vicepremier Matteo Salvini è tornato ad alzare i toni sulla questione dei flussi migratori. Dopo il muro alzato contro le imbarcazioni della Ong, Salvini ha annunciato un giro di vite che porterà alla chiusura dei porti italiani anche alle navi militari delle missioni internazionali. Salvini spiega che bisognerà «rivedere le regole delle missioni internazionali», riferendosi sopratutto a EunavForMed Sophia, un’operazione militare a regia europea che si fissa l’obiettivo di «smantellare il modello di business delle reti del traffico e della tratta di esseri umani nel Mediterraneo centromeridionale». Il salvataggio non rientra fra le sue funzioni primarie, ma le navi che prendono parte alla missione sono «tenute a svolgere attività di soccorso» come qualsiasi imbarcazione istituzionale o privata che si trovi nei pressi di una situazione di emergenza. Inclusa Vos Thalassa, la nave cha ha appena scatenato malumori interni al governo dopo il suo soccorso a oltre 60 migranti.

Ma cos’è esattamente Sophia?
EunavForMed Sophia è un’operazione militare dell’Unione europea avviata dal Consiglio affari esteri Ue nel giugno 2015 e successivamente prorogata due volte, fino all’attuale scadenza (31 dicembre 2018). Come anticipato, l’obiettivo è di contrastare il traffico di esseri umani lungo la rotta che va dalle coste libiche all’Europa, mettendo in atto «misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso imbarcazioni e mezzi usati o sospettati di essere usati dai passatori o dai trafficanti». In occasione delle due proroghe sono stati aggiunti alcuni compiti specifici, vale a dire:
a) la formazione della guardia costiera e della marina libiche e il contrasto al traffico di armi nella zona di operazione (prima proroga, 20 giugno 2016)
b) l’istituzione di un meccanismo di controllo del personale in formazione per assicurare l’efficienza della formazione guardia costiera libica, nuove attività di sorveglianza e raccolta informazioni sul traffico illecito delle esportazioni di petrolio dalla Libia e miglioramento della possibilità per lo scambio di informazioni sulla tratta di esseri umani con le agenzie Frontex ed Europol (seconda proroga, 25 luglio 2017). Una curiosità: il nome ufficiale EunavForMed Sophia, appuntato nell’ottobre 2015, è un omaggio a Sophia, bambina somala nata il 24 agosto sulla nave tedesca Schleswig-Holstein dopo il salvataggio della madre nel Mediterraneo.

Sta funzionando? Quanto costa?
Secondo dati del Consiglio europeo, aggiornati a maggio 2018, l’operazione ha condotto all'arresto e al trasferimento alle autorità italiane di un totale di 143 persone sospettate di tratta e traffico, neutralizzato 545 imbarcazioni e contribuito a salvare 44.251 vite. I costi dell’operazione sono distribuiti fra i 27 paesi europei (tutti a parte la Danimarca) che partecipano all’operazione, mentre il budget condiviso è previsto intorno ai 6 milioni di euro per il 2018. L’operazione è suddivisa in quattro fasi: dispiegare le forze e raccogliere informazioni sui trafficanti (fase uno), procedere a fermi, ispezioni e sequestri, con distribuzione degli incarchi fra una fase in alto mare e una sulle coste libiche (fase due), neutralizzazione delle imbarcazioni e attività di contrasto ai contrabbandieri direttamente sul territorio libico (fasi 3 e 4, attualmente non attivate).

Quanto incide sui salvataggi? E perché i migranti “finiscono” in Italia?
Le navi che predono parte alla missione EunavForMed Sophia devono intervenire in caso di un naufragio per obblighi imposti dal diritto internazionale, come del resto è tenuta a fare qualsiasi imbarcazione pubblica o privata che si trovi in zona utile rispetto a un’emergenza. Stando ai dati della Guardia costiera italiana, le unità militari della missione hanno soccorso un totale di 10.669 persone nel 2017, pari a circa il 9,3% delle oltre 114mila persone soccorse l’anno scorso. In assenza di un Maritime Rescue Coordination Center (Mrcc) libico, le operazioni di soccorso in questione sono coordinate dalla nostra Guardia Costiera. Lo sbarco finale avviene in Italia perché, in base a disposizioni interne, per il soccorso in mare si fa rinvio al piano operativo dell'operazione Triton dell'agenzia Frontex (che prevede, appunto, che l’approdo sia nel nostro Paese).

E Salvini può davvero cambiarlo?
Salvini insiste proprio su questo punto, sostenendo l’iniquità di un sistema che scarica sui nostri porti tutte le operazioni finali di sbarco. Il vicepremier dice di volerne parlare già al vertice in arrivo questo giovedì a Innsbruck, anche se la competenza sul tema appartiene a un altro ministero: quello degli Esteri (mentre l’incontro austriaco ospiterà ministri degli Interni, lui compreso). A frenarlo è lo stesso titolare della Farnesina,
Enzo Moavero Milanesi, assicurando che l’Italia «non si sfilerà» dagli impegni presi su scala internazionale. In ogni caso Natasha Bertaud, portavoce della Commissione europea per la Migrazione, ha fatto notare che la questione potrà essere posta in vista della scadenza a dicembre dell’ultima proroga: «È imminente una revisione del mandato strategico - ha detto - E quindi sarà quella l'occasione per discutere le proposte italiane».

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