La parola ai numeri

Migranti: ecco le cifre dell’accoglienza in Italia

di Alfonso Langastro e Mariasole Lisciandro


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(AFP)

5' di lettura

Pezzo tratto da www.lavoce.info

Cpa, Cara, Cas e Sprar: quali sono le differenze?
Cosa succede a un richiedente asilo una volta arrivato in Italia? Il sistema di accoglienza nel territorio italiano è stato riformato prima dal decreto legislativo n. 142/2015 (attuativo di direttive dell'Unione Europea) e più recentemente dal decreto sicurezza promosso dal governo di Lega e Movimento 5 stelle.
La primissima fase, antecedente all'accoglienza vera e propria, coincide con le funzioni di soccorso e prima assistenza dei migranti, nonché con quelle di identificazione e screening sanitario. Questo processo è svolto nei centri di prima accoglienza (Cpa) o centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa) e, da fine 2015, anche nei cosiddetti hotspot, attualmente presenti a Lampedusa, Pozzallo, Trapani, Messina e Taranto.

Una volta terminate le procedure di prima assistenza, il migrante può presentare o meno la richiesta di asilo. Chi non presenta la domanda o non ha i requisiti dovrebbe essere trasferito nei centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Ma nella realtà questo difficilmente accade: il migrante più spesso riceve un semplice decreto di espulsione e viene rilasciato sul territorio.
Prima del decreto sicurezza l'accoglienza vera e propria dei richiedenti asilo si articolava in due fasi consecutive. La prima fase di accoglienza per il completamento delle operazioni di identificazione del richiedente e per la presentazione della domanda è assicurata da centri governativi, in sostituzione dei preesistenti Centri di accoglienza per i richiedenti asilo (Cara) e Centri di accoglienza (Cda). La fase di seconda accoglienza e di integrazione era assicurata, a livello territoriale, nei centri del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), dove sono accolti coloro che intendono fare richiesta del riconoscimento della protezione internazionale (e anche coloro ai quali detto status è stato riconosciuto) e che non dispongono di mezzi sufficienti di sostentamento. Per far fronte a un afflusso sempre più grande, nel 2015 sono stati istituiti per questa funzione anche i Cas (Centri di accoglienza straordinaria).
Con il decreto sicurezza viene sostanzialmente rafforzato il confine tra prima e seconda accoglienza, di fatto a scapito del processo di integrazione. Possono accedere al sistema Sprar solo coloro che ottengono protezione internazionale e i minori stranieri non accompagnati. Il che significa che i richiedenti asilo rimarranno nei Cas o nei centri governativi, come i Cda o i Cara, che in teoria non dovrebbero neanche esistere più. Dove attenderanno le decisioni sulle loro domande senza svolgere particolari attività o corsi che possano aiutare la loro integrazione sul territorio. In sostanza, i richiedenti asilo rimangono nel limbo della primissima accoglienza, in cui vengono forniti i servizi strettamente sufficienti alla sopravvivenza. Se dopo l'accoglienza in un Cas ottengono una forma di riconoscimento diversa dalla protezione internazionale (le “nuove” protezioni istituite dal decreto sicurezza) in molti casi non possono nemmeno essere avviati a un centro Sprar, così nel giro di pochi giorni si ritrovano per strada e senza nemmeno la possibilità di convertire il loro documento in permesso per motivi di lavoro. Condannati quindi di fatto, nel giro di pochi mesi, alla marginalità e all'irregolarità.
C'è da dire che i centri di accoglienza come i Cas da tempo svolgono anche attività di seconda accoglienza, soprattutto a causa delle lungaggini burocratiche per il riconoscimento della protezione internazionale. Infatti, il sistema Sprar si è rivelato nel tempo insufficiente a gestire l'afflusso sia dei richiedenti asilo che dei rifugiati. Questo meccanismo prevedeva infatti che i comuni dessero la loro disponibilità a gestire un progetto di accoglienza sul proprio territorio. Per ragioni perlopiù politiche, moltissimi comuni non hanno mai dato la loro adesione, nonostante i progetti fossero finanziati da fondi ministeriali.
Anche per questo nel 2015 sono stati introdotti i Cas, che prevedono un accordo diretto tra la prefettura e degli enti gestori, per lo più privati, senza il diretto coinvolgimento degli enti locali.
Se prima il mancato accesso ai programmi di integrazione avveniva perché non c'erano abbastanza posti nel sistema Sprar, con le nuove regole fino a che i richiedenti asilo non otterranno la protezione dovranno rinunciare a questi programmi e risiedere in centri che avranno quindi la funzione di un semplice ostello.
Quante persone ci sono nei centri
Secondo gli ultimi dati disponibili presentati dal ministero degli Interni e nel Documento di economia e finanza il numero di persone accolte nei centri in Italia nel 2018 è di circa 160 mila. Di questi, 440 sono accolti negli hotspot, 132 mila nei vari centri di accoglienza e circa 27 mila negli Sprar, come mostra la figura 1.

Il totale delle accoglienze è in lieve contrazione rispetto al 2017, quando si è raggiunto un picco di 193 mila. Nonostante i flussi migratori complessivi si siano notevolmente ridotti dalla metà del 2017, le strutture di accoglienza rimangono ancora affollate. Segno anche di procedimenti burocratici che rallentano la gestione e l'inserimento nel tessuto sociale di queste persone.
Inoltre, la maggior parte dell'accoglienza si concentra in strutture temporanee, a testimonianza della capacità troppo limitata delle strutture Sprar.
Sempre secondo i dati pubblicati nel Def, la spesa per il soccorso, l'assistenza sanitaria, l'accoglienza e l'istruzione nel 2018 ha raggiunto almeno i 4,6 miliardi di euro. La maggior parte dei fondi è destinata al sistema di accoglienza, per poco più di tre miliardi (figura 2), seguendo una tendenza in crescita dal 2013, quando queste spese erano pari a soli 460 milioni.

Nell'ambito del sistema Sprar, la spesa prevista per l'accoglienza di ogni richiedente asilo era pari ai famosi 35 euro massimi al giorno (in media erano 32,5 effettivi). In questa cifra sono racchiusi i compensi del personale, i pasti, i servizi, la fornitura di beni di prima necessità, altre spese (comprese quelle per la formazione e l'orientamento professionale), e infine il cosiddetto pocket money, ossia la somma destinata direttamente al richiedente asilo che si attesta intorno ai soli 2 euro e 50 al giorno. Il tutto con la netta prevalenza di accoglienza all'interno di appartamenti o centri di piccole dimensioni, con un minor impatto sulla popolazione locale e maggiori opportunità di radicamento per gli accolti.
Il decreto sicurezza punta a ridurre anche i costi giornalieri destinati al richiedente asilo: nei nuovi capitolati dei Cas la spesa per accolto si abbasserà da 35 fino a un minimo di 21 euro a persona, penalizzando peraltro proprio l'accoglienza diffusa in appartamenti, che riceverà il finanziamento più basso. Questo limiterà i servizi disponibili e l'impatto ricadrà maggiormente sul personale che lavora in questi centri, nonché sul benessere delle persone accolti.
In generale, l'accoglienza dei richiedenti asilo sul territorio italiano segue un processo piuttosto contorto, che si affida a una pluralità di centri con compiti pressoché sovrapponibili e anche poco identificabili. È il risultato di un approccio emergenziale e poco lungimirante: è emblematico infatti che il sistema di accoglienza sia gestito dal solo ministero dell'Interno e non anche da quello delle politiche sociali. Prima di sfoltire e ridurre le risorse da destinare a questo inevitabile processo, sarebbe stato meglio cercare di ottimizzare le risorse senza precludere un meccanismo di integrazione già precario.

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