ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùI FINANZIAMENTI

Migranti, perché i bilanci di Sea Watch e delle Ong sono trasparenti

di Alberto Magnani


La speranza a bordo della Sea Watch: "Siamo arrivati in Italia"

3' di lettura

L’accusa va per la maggiore, soprattutto nei talk show televisivi: le Ong sarebbero alimentate dal cosiddetto «business dell’immigrazione» lungo le rotte del Mediterraneo. Cioè guadagnerebbero, in maniera opaca, dalla propria attività umanitaria. È la tesi sposata anche dal vicepremier Matteo Salvini quando, nel botta e risposta con il fondatore di Emergency Gino Strada, ha parlato di una «mangiatoia dell’immigrazione clandestina». D’altronde, chi può sapere come si finanziano le Ong? La risposta è più semplice del previsto: chiunque.

I bilanci delle Ong, a partire dalla tedesca Sea Watch, sono di norma pubblici e dichiarati alle agenzie delle entrate del paese di registrazione. Le organizzazioni non governative si classificano, per propria natura, come attività senza fini di lucro, rette su donazioni private e largamente tracciabili. Per controllare, come ha precisato lo stesso Strada, è sufficiente connettersi al web e sfogliare nei database delle istituzioni responsabili. A meno che i volumi di finanziamenti raccolti e il loro impiego non siano divulgati dalle dirette interessate, come succede nel maggior parte dei casi.

Da Emergency a Sea Watch, cosa dicono i bilanci
Qualche esempio? Emergency, non più presente nelle acque del Mediterraneo, offre uno scorporo aggiornato delle donazioni sul suo sito. Nel 2017, l’ultimo anno disponibile, la Ong ha raccolto circa 48,2 milioni di euro : il 27,8% arriva dal 5x1000, il 22,12% da privati (dalle donazioni “pure” a vendita di gadget e iniziative), donatori istituzionali esteri (17,4%), autorità pubbliche estere (14,6%). I fondi vengono spesi nei vari Paesi coperti dalla Ong, a partire da Sudan (10,6 milioni di euro), Repubblica Centrafricana (4 milioni), Afghanistan (9,1 milioni), Iraq (5,6 milioni), Italia (3,6 milioni). Anche SeaWatch, l’ong tedesca finita più volte nel mirino di Salvini, diffonde online il registro delle donazioni ricevute .

Nel 2018 l’incasso è stato di 1.797.388,49 euro, a fronte di spese per 1.403.409,26 euro: il 55,9% (pari a circa 784.210 euro) è andato a finanziamento della Sea Watch 3, la nave tenuta fuori dal porto di Siracusa con 47 migranti a bordo. Anche Medici senza frontiere, operativa per oltre tre anni nel Mediterraneo, mette a disposizione online il suo budget annuo. Nel 2017 l’organizzazione ha raccolto una cifra complessiva di 57,9 milioni , con una quota di 10,1 milioni di euro in arrivo dal 5x1000 e il contributo di circa 291mila donatore. Per ogni euro speso, secondo la ricostruzione della Ong, circa 81 centesimi sono destinati a progetti, 17 centesimi per la raccolta fondi e 2 centesimi nelle spese organizzative.

L’attività di “supplenza” via mare
Oggi Sea Watch è fra le ultime Ong rimaste operative nel Mediterraneo, dopo una stretta politica che ha costretto buona parte delle organizzazioni a ritirarsi dalle rotte delle migrazioni via mare. Le organizzazioni, entrate in gioco nel 2014, hanno svolto una funzione di “supplenza” alle attività di soccorso dispiegate dagli assetti navali appartenenti a realtà istituzionali come Guardia costiera, Marina militare o l’agenzia Frontex. Nel dettaglio, secondo dati pubblicato dalla Guardia costiera italiana , le (10) Ong attive nel 2017 hanno contribuito a salvare 46.601 persone sui 114.286 soccorsi: il 40,7%. Sea Watch, secondo quanto dichiarato nel suo rendiconto 2018, ha contribuito a soccorrere un totale di 37mila vite dal 2018. La presunta fonte del loro «business», avvallata anche da esponenti del governo Lega-Cinque stelle, consisterebbe nell’incentivare le partenze dalla costa nordamericana per facilitare gli afflussi in Italia e altri Paesi europei. Ad oggi, però, la congettura si è rivelata infondata. Come ha dimostrato un fact-checking a cura dell’Ispi , l’Istituto per gli studi di politica internazionali, non esiste una correlazione diretta fra presenza delle Ong e partenze (il cosiddetto pull factor, il fattore di “speranza” indotto dalla disponibilità di imbarcazioni di soccorso).

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