la trattative ue sui rifugiati

Migranti, Salvini: l’Italia dirà no alla riforma del regolamento di Dublino

di Andrea Gagliardi

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(ANSA)


4' di lettura

«Il governo italiano dirà no la settimana prossima alla riforma del regolamento di Dublino e a nuove politiche di asilo, occorre ricontrattare in Ue» il dossier migranti. Lo ha ribadito (la posizione dell’Italia al riguardo era già nota) il ministro dell’Interno Matteo Salvini parlando dall’hotspot (centro di prima accoglienza e identificazione per migranti) di Pozzallo in provincia di Ragusa. «Vogliono appesantire i Paesi del Mediterraneo, come Italia, Cipro Malta, Spagna, ulteriormente dandoci migliaia di migranti per dieci anni», ha spiegato Salvini annunciando che, martedì, non potrà essere al Consiglio europei dei ministro dell'Interno essendo prevista la fiducia al governo Conte al Senato.

La riforma del regolamento di Dublino, ovvero il sistema d’asilo europeo che attualmente stabilisce l’assegnazione dei richiedenti asilo al Paese di primo arrivo (dove la domanda va perciò presentata), sarà martedì al centro della riunione dei ministri degli interni dei 28 a Lussemburgo. E, date le posizioni tuttora inconciliabili sull’ultimo compromesso preparato dalla presidenza bulgara, rischia di trasformarsi in un braccio di forza tra i leader al vertice Ue del 28 e 29 giugno dove debutterà il premier Giuseppe Conte.

Salvini: stop sbarchi e più espulsioni
La linea rilancita oggi da Salvini sull’immigrazione è: stop sbarchi, più espulsioni e più accordi con i Paesi di origine. Commentando il naufragio odierno al largo della Tunisia, con almeno 35 morti il ministro dell’Interno ha dichiarato che «pregare e commuoversi non basta». L'obiettivo, ha proseguito il titolare del Viminale, è «salvare le vite. E questo lo si fa impedendo le partenze dei barconi della morte che sono un affare per qualcuno e una disgrazia per il resto del mondo»

«Basta alla Sicilia campo profughi d’Europa»
Salvini, a Catania per la conferenza del candidato sindaco del centrodestra Salvo Pogliese, ha dichiarato che non vuole assistere «senza far nulla a sbarchi su sbarchi su sbarchi (in realtà in calo del 77% nei primi 5 mesi dell’anno, ndr). Servono centri per espellere. Basta alla Sicilia campo profughi d’Europa». Nel rapporto della commissione del Senato sulla tutela dei diritti umani aggiornati a fine 2017 si parla di 5 centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr, gli ex Centri di identificazione ed espulsione - Cie) funzionanti ( Bari, Brindisi, Caltanissetta, Roma, Torino) con una capienza effettiva di 500 posti. L’Italia ha siglato intese per i rimpatri con Tunisia, Egitto, Nigeria, Sudan e Gambia. Senza l'ok degli Stati di provenienza, i migranti non possono ovviamente essere rimandati in patria.

C’è poi il problema dei costi (si parla in media di 1.200-1.300 euro a straniero cui vanno aggiunti i costi per il personale di polizia che deve accompagnarlo e che portano a triplicare la cifra finale). Nel 2017 sono stati 6.514 i migranti
trovati in posizione irregolare sul territorio nazionale e rimpatriati (contro i 5.817 del 2016).

«Tunisia democratica, ma spesso esporta galeotti»
Sono proprio i tunisini al primo posto per nazionalità negli sbarchi quest’anno (2.789 contro 2.227 eritrei). «La Tunisia è un Paese libero e democratico che non sta esportando gentiluomini ma spesso e volentieri esporta galeotti» ha commentato Salvini interpellato sui casi di intemperanza, registrati nei centri di accoglienza, che avrebbero tra i protagonisti migranti tunisini.

Salvini ha aggiunto di essere «stato al Viminale» e di aver «aperto diversi fascicoli» scoprendo che in Italia il costo di assistenza per i richiedenti asilo è il più caro d’Europa e i tempi di rilascio delle autorizzazioni i più lenti». Daremo «risposte concrete», è la promessa.

Lo stallo sulla riforma del regolamento di Dublino
Tornando al no dell’Italia alla riforma del regolamento di Dublino, è una posizione nota. Non una novità di Salvini. Bruxelles e Berlino spingono per chiudere entro fine giugno prima che il dossier finisca nelle mani della presidenza austriaca “hardliner” sui migranti e che non ha quindi nessun interesse ad avanzare. L'Italia, però, ha già opposto il suo veto irremovibile, ribadendolo ancora nelle ultime due settimane, alle modifiche peggiorative chieste dai Paesi di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) contrari alla ripartizione dei migranti tra tutti gli stati membri. E che preferiscono quindi lo status quo, in cui questi restano un problema del Paese in cui sbarcano.

In ballo c’è la modifica del sistema d'asilo europeo. Solo questo, infatti, nell’architettura delle regole Ue sulla migrazione, può fare davvero la differenza sul peso che l’Italia deve sostenere di fronte agli arrivi dei rifugiati. Il compromesso della presidenza bulgara mette insieme elementi della proposta originaria della Commissione ma resta lontano da quella dell'Europarlamento che arriva ad annullare il criterio di primo ingresso. E ha inglobato le pressioni in primis di Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia, che vogliono che la responsabilità per i Paesi di primo ingresso sia di 8 anni (da dieci era
passato a cinque, fino a risalire in quest'ultima versione) contro i massimo 2 chiesti da Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta. Alla scadenza del termine, lo straniero può iniziare da capo in un altro Paese Ue.

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