43 persone a bordo

Migranti, Sea Watch: la Corte di Strasburgo respinge il ricorso

Per la Ong tedesca i giudici si attendono comunque che il nostro Paese continui «a fornire tutta l'assistenza necessaria alle persone in situazione di vulnerabilità a causa dell'età o dello stato di salute che si trovano a bordo della nave». In base ai suoi regolamenti la Cedu avrebbe potuto chiedere all’Italia di adottare «misure urgenti» atte a «impedire serie e irrimediabili violazioni dei diritti umani»


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3' di lettura

Respinto dalla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo il ricorso presentato dai migranti (e dal capitano) a bordo della "Sea Watch 3" per chiedere all'Italia l'adozione di «misure provvisorie» in grado di farli sbarcare in un "porto sicuro" della Penisola. L'ultimo aggiornamento sulla vicenda della nave umanitaria bloccata da due settimane a 16 miglia al largo di Lampedusa con a bordo 43 migranti salvati al largo della Libia arriva dal Viminale. Secondo la Corte, non ci sono sufficienti motivazioni per chiedere al Governo italiano di applicare un provvedimento provvisorio di sbarco. Tale provvedimento viene infatti concesso, precisa la Corte, «nei casi eccezionali in cui i richiedenti sarebbero esposti - in assenza di tali misure - a un vero e proprio rischio di danni irreparabili».

Sea Watch: la Corte chiede di dare l'assistenza necessaria
Immediata la replica della Ong tedesca armatrice della nave battente bandiera olandese, che citando il comunicato ufficiale ricorda che la Corte, pur avendo respinto la richiesta delle persone a bordo della "Sea Watch 3", ha comunque «indicato al Governo italiano che conta sulle autorità del Paese affinché continuino a fornire tutta l'assistenza necessaria alle persone in situazione di vulnerabilità a causa dell'età o dello stato di salute che si trovano a bordo della nave».

Salvini: anche Cedu conferma scelta Italia
Lo stop al ricorso arrivato dell'organo di giustizia del Consiglio d'Europa è stato subito rilanciato dal ministro dell'Interno Matteo Salvini, da sempre fautore della politica dei "porti chiusi": «Anche la Corte Europea di Strasburgo conferma la scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia dell'Italia: porti chiusi ai trafficanti di esseri umani e ai loro complici. Meno partenze, meno sbarchi, meno morti, meno sprechi. Indietro non si torna».

La richiesta di informazioni al Governo italiano
Il ricorso dei migranti faceva riferimento gli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, chiedendo di essere sbarcati subito con un provvedimento provvisorio d'urgenza per poter presentare una richiesta di protezione internazionale.La decisione della Cedu è arrivata al termine di una breve istruttoria, basata su una serie di quesiti indirizzati nella giornata di ieri al Governo italiano, che ha risposto a stretto giro. In base ai suoi regolamenti, la Corte avrebbe potuto chiedere al nostro Paese di adottare quelle che il Consiglio d'Europa definisce «misure urgenti» necessarie a «impedire serie e irrimediabili violazioni dei diritti umani».

Bruxelles e la richiesta di «soluzioni condivise»
Ieri, il caso "Sea Watch" era finito anche sotto la lente della Commissione Ue. Che «pur apprezzando il fatto che l'Italia abbia proceduto all'evacuazione di un numero di persone» dalla nave «per ragioni mediche» ha fatto comunque appello «agli Stati membri» perchè trovino «una soluzione per le persone che sono rimaste a bordo». Una portavoce di Bruxelles ha quindi ribadito «l'imperativo umanitario» di soccorrere i migranti, ribadendo che la Commissione «continuerà a fare tutto il possibile», nell'ambito delle sue competenze, «per sostenere e coordinare eventuali sforzi di solidarietà». «Quanto sta avvenendo -ha aggiunto - dimostra che sono urgentemente necessarie soluzioni per sbarchi prevedibili e sostenibili nel Mediterraneo». Per questo la Commissione «ha sollecitato gli Stati membri a concordare disposizioni temporanee dopo gli sbarchi per garantire una maggiore prevedibilità per tutti coloro che sono coinvolti nella ricerca e nel salvataggio» dei migranti.

    LA RICOSTRUZIONE / Sea Watch, tutti i retroscena della catena di comando del sequestro

    Il pressing di Salvini sull’Olanda
    Domenica 23 giugno la scelta del comandante della "Sea Watch 3" di far stazionare la nave in acque internazionali per fare pressioni sul Viminale e ottenere il via libera allo sbarco in un porto italiano aveva provocato l’ira del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che in una lettera ha chiesto l’intervento del collega olandese per assicurare «alle persone a bordo il rapido sbarco in apposito luogo». Luogo che, sottolinea il documento, «non potrà essere identificato in Italia, neppure ai fini di una prima accoglienza, in vista di una successiva, ipotetica operazione di redistribuzione delle persone a bordo del natante verso altri Stati».
    L’Italia, infatti, prosegue la lettera, «continua a rispettare la normativa sovranazionale e a difendere responsabilmente le frontiere europee a beneficio di tutti gli Stati Membri dell’Ue, ma non intende più essere l’unico “hotspot dell’Europa”. Da parte nostra pur non incombendo su di noi alcuna competenza o responsabilità giuridica, abbiamo, ancora una volta, dato prova del nostro elevato senso di umanità garantendo, nei giorni scorsi, l’evacuazione dal natante e l’assistenza medico-sanitaria alle persone vulnerabili e bisognose di cure».

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