CORTE UE

Migranti, test sull’orientamento sessuale non vincolanti e solo con il consenso del richiedente e asilo

di Mauro Pizzin

(Reuters)

2' di lettura

L’utilizzo di un psicologo da parte delle autorità di uno Stato per valutare la credibilità generale di un richiedente protezione internazionale non è contrario ai principi contenuti nell’articolo 4 della direttiva 2011/95/UE del 13 dicembre 2011 e neppure all’articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, ma solo a condizione che:

1) l’esame del richiedente avvenga con il suo consenso e sia effettuato in modo da rispettare la dignità, nonché la vita privata e familiare del richiedente;

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2) che la perizia sia basata su metodi, principi e nozioni sufficientemente affidabili e pertinenti alla luce delle circostanze del caso di specie, e che possano produrre risultati sufficientemente affidabili;

3) che le conclusioni del perito non siano vincolanti per i giudici nazionali chiamati a riesaminare la decisione in merito alla domanda.
Sono queste le conclusioni a cui è giunto stamane l’avvocato generale della Corte di giustizia europea, Nils Wahl, chiamato a pronunciarsi sul caso di un cittadino nigeriano che nell’aprile del 2015 aveva chiesto il riconoscimento dello status di rifugiato all’Ufficio ungherese per l’immigrazione e l’asilo, sostenendo che se fosse ritornato nel suo Paese sarebbe stato oggetto di persecuzione a causa della sua omosessualità (Causa c-473/16). Per definire l’orientamento sessuale del richiedente l’Ufficio aveva provveduto a nominare uno psicologo, il quale, con il consenso del richiedente asilo, dopo avere effettuato dei test proiettivi, era giunto alla conclusione che gli esiti di questi ultimi non avvaloravano le affermazioni del ricorrente.

Le conclusioni dell'avvocato generale

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Il cittadino nigeriano aveva a quel punto fatto ricorso al Tribunale amministrativo e del lavoro di Szeged, sostenendo che l’esecuzione dei test costituivano una violazione dei suoi diritti fondamentali e che in ogni caso gli esami in questione non erano atti a dimostrare l’orientamento sessuale.
Il giudice del rinvio aveva a quel punto deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte Ue, come questioni pregiudiziali, se l’articolo 4 della Direttiva Ue 2001/95 non osta a che, in relazioni a richiedenti asilo:

1) si possa richiedere e valutare la perizia di uno psicologo forense basata su test proiettivi della personalità, quando per la sua elaborazione non si pongano domande sui comportamenti sessuali del richiedente asilo, né tantomeno si sottoponga quest’ultimo a un esame fisico;

2) qualora la perizia non possa essere utilizzata come prova, se l’articolo 4 vada interpretato nel senso che quando la domanda di asilo che si fonda sulla persecuzione dovuta all’orientamento sessuale, né le autorità amministrative, né quelle giurisdizionali possono esaminare, attraverso metodi peritali, la veridicità delle affermazioni del richiedente asilo.

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