a ripabottoni in provincia di campobasso

Migranti trasferiti, abitanti paesino molisano firmano per farli tornare

di Andrea Gagliardi

(ANSA)

2' di lettura

Arrivati da Senegal, Gambia, Costa d'Avorio, Mali e Nigeria e ormai integrati nel paesino molisano di Ripabottoni (gravemente colpito nel 2002 dal terremoto), 32 richiedenti asilo si sono visti chiudere la struttura che li accoglieva e l’11 gennaio scorso sono stati trasferiti in comuni vicini. Ma ogni giorno, all’ormai ex direttrice del Centro di accoglienza straordinaria (Cas) Xenia, Patrizia Pano, scrivono su Facebook: «Ci manchi, ci manca Ripabottoni». E anche loro mancano agli abitanti del paese che in 152, su una popolazione di circa 500, con una petizione hanno chiesto alla Prefettura di Campobasso di farli tornare.

La petizione per far tornare i migranti
La petizione, con le relative firme, è stata consegnata alla Prefettura di Campobasso il 10 gennaio. Ma il Prefetto resta fermo sulle sue posizioni. Ripabottoni è già sede di un progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e non può essere presente anche un Cas: sarebbe questa la motivazione all’origine del provvedimento. Il parlamentare molisano Danilo Leva (LeU) ha scritto però al ministro Minniti, chiedendo un ripensamento: «Questa storia di integrazione vera è stata bruscamente interrotta dall'iniziativa del sindaco che, appellandosi alla clausola di salvaguardia come Comune aderente allo Sprar, ha ottenuto la dismissione del Centro. Ma davanti a esempi positivi di accoglienza, le istituzioni hanno il dovere di incentivare le buone pratiche, non di reprimerle».

Loading...

La chiusura per centro di accoglienza straordinaria
«In paese la gente sente la mancanza di questi ragazzi». Così Patrizia Pano, ex direttrice del Centro di accoglienza straordinaria (Cas) 'Xenia' di Ripabottoni, racconta quello che accade in paese nei giorni successivi alla chiusura del Cas e al trasferimento di 32 migranti in altre strutture della provincia di Campobasso. «Da noi l’integrazione si era realizzata - prosegue - e non descritta». Poi, racconta alcuni momenti che hanno caratterizzato la vita del piccolo paese dove i migranti erano parte integrante nei cori delle due chiese, quella cattolica e protestante, praticavano spor in una scuola calcio. Nello stesso tempo stigmatizza l’atteggiamento dell'Amministrazione comunale «cieca», che non ha visto «quello che di buono c'era, ed è riuscita a far chiudere il Centro». Una chiusura né automatica né ineluttabile. L’ex direttrice ricorda infatti che a Casacalenda (Campobasso) «ci sono un Cas e uno Sprar che continuano a essere presenti sul territorio».

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti