la trattativa europea

Migranti, trattato di Dublino: come potrebbe cambiare sotto la spinta austriaca

di Gerardo Pelosi

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2' di lettura

Tra Berlino e Bruxelles è in corso un tentativo (forse l’ultimo) per recuperare al summit europeo del 28 e 29 giugno la proposta di modifica del regolamento di Dublino sui migranti nella versione messa a punto dalla presidenza bulgara della Ue, respinto dai ministri degli Interni europei il 5 giugno scorso.

Una strategia emersa chiaramente dall’ultima riunione del Coreper (riunione degli ambasciatori Ue) a Bruxelles ma che vedrebbe inevitabilmente isolati Italia e Ungheria su un testo da approvare a maggioranza.

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La modifica del regolamento di Dublino non piace a Roma e Budapest, ma per motivi diversi. Prevede infatti molta più responsabilità dei Paesi di primo approdo come l’Italia con nuovi obblighi su hotspot e identificazione e scarsa solidarietà (per l’Ungheria sempre troppa) facendo scattare una procedura di emergenza del ricollocamento solo allorquando si superi del 160% una quota prefissata di arrivi. «Continuerò a porre con forza la modifica del regolamento di Dublino di modo che si possano accogliere i nostri inviti e si possano trovare soluzioni più giuste», ha detto ieri il premier, Giuseppe Conte che incontrerà venerdì il presidente francese, Emmanuel Macron e lunedì 18 la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Soprattutto con quest’ultima si dovrà necessariamente entrare nel merito di Dublino e magari trovare un’intesa sulle possibili modifiche al testo della presidenza bulgara (ad esempio ridurre da 160% a 120% il tetto oltre il quale far scattare la relocation).

Molto scarse sono invece le possibilità, in questa fase, di far progredire in qualche modo la proposta del Parlamento europeo per modificare Dublino messa a punto alla fine dell’anno scorso dalla liberale, Cecilia Wikstrom. Una proposta che parla soprattutto italiano perché sostenuta da alcuni correlatori che rispondono al nome di Laura Ferrara (Cinque stelle Efdd), Alessandra Mussolini (Ppe) e Elli Schlein (Leu). Una proposta che cerca di bilanciare le diverse esigenze avendo riguardo non solo al Paese di primo approdo ma anche altri elementi quali la lingua e la presenza di familiari in altri Paesi diversi da quelli della prima accoglienza.

Ma il tempo stringe e la presidenza austriaca dell’Unione europea che partirà il primo luglio sta già scaldando i muscoli anche sul dossier dei migranti. Per ora si tratta solo di rumors diffusi a Bruxelles. In caso di impossibilità a trovare un accordo sulle modifiche di Berlino il 28 e 29 giugno, Vienna intenderebbe affiancare il regolamento con una proposta innovativa di “esternalizzazione” delle frontiere con lo scopo di alleggerire i flussi in arrivo nel Sud del Mediterraneo.

La proposta (che avrebbe ottenuto il sostegno della Danimarca) prevede di creare centri di identificazione e rimpatrio d’intesa con le agenzie delle Nazioni Unite (soprattutto Unhcr) in Albania e Kosovo, Paesi candidati all’ingresso nella Ue. Lì verrebbero concentrati quei migranti di cui si ha la certezza che non hanno i requisiti per chiedere l’asilo. Una proposta che sicuramente alleggerirebbe la pressione sulle rotte balcaniche dei migranti (e per questo silenziosamente appoggiata anche da Berlino) ma che difficilmente andrebbe ad incidere sui flussi nel Canale di Sicilia. Il nostro Paese, a quel punto, dovrebbe solo chiedere analoga “esternalizzazione” ma sulle frontiere esterne Schengen, al Sud della Libia.

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