il closing rossonero

Milan cinese, finalmente. Perché Berlusconi non mi mancherà

di Alberto Annicchiarico

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3' di lettura

Certo, 29 trofei non sono pochi. Anche se 8 scudetti, a ben vedere, sono robetta per lo squadrone che è stato il Milan. Quello degli anni d’oro. Anzi, i Milan. Di Sacchi e degli olandesi, di Capello, di Ancelotti. La Juve, per dire, quest’anno si porterà a casa il sesto tricolore in sei anni, a pensarci troppo sale un filino di depressione. E però, come asciugare le lacrime versate da chi rimpiange il trentennio di Berlusconi in rossonero?

Due tre numerelli potranno aiutare.

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Per cominciare, penso ai 250 milioni (milione più milione meno) sprecati sul mercato, tra il 2011 e il 2016, per mettere insieme una squadra molto male assortita (piena di trequartisti scarsi, per esempio, ma priva di registi veri), che inesorabilmente colleziona piazzamenti mediocri.

E ancora, il Milan manca (già) da tre anni l’appuntamento non dico con la Champions League (quella della musichetta tanto cara al geometra Galliani) ma con l’Europa: un ottavo, un decimo, un settimo posto fra il 2014 e il 2016. Quest’anno per il momento si sale, ma di una sola posizione.

Non basta. Ben sette gli allenatori, fino a tre in un anno (Allegri, Tassotti, Seedorf, quest’ultimo fortissimamente voluto dal presidente e altrettanto convintamente cacciato nel giro di mesi). Per non farsi mancare nulla, tra l’altro, c’è stata anche la fase pirotecnica del doppio amministratore delegato: Adriano Galliani e Barbara Berlusconi, la strana coppia.

Poi, e qui sale un filino d’irrequietezza, le vittorie sempre più rare. Dall’ultima Champions vinta ad Atene nel 2007 il Milan di trofei, dei famosi 29, se n’è aggiudicati soltanto tre : lo scudetto del 2010-11 e due supercoppette italiane, quella del derby a Pechino (6 agosto 2011, 2-1, luogo della finale premonitore) e quella dello scorso 23 dicembre, peraltro contro una Juventus in versione Babbo Natale.

Non potrà quindi sfuggire a nessuno che l’ultimo decennio dell’indimenticabile trentennio è stato un autentico disastro, l’apoteosi del disimpegno del presidente, dell’improvvisazione (sul piano tecnico) dell’amministratore delegato. Galliani una volta era il condor del mercato, ma soprattutto negli ultimi cinque anni ha scatenato un boom di travasi di bile fra i tifosi (rassegnati o ridotti alla disperazione più nera) per quanti colpi a salve è riuscito a sparare. Si devono a lui e solo a lui scelte da carrello dei bolliti, Michael Essien su tutti.

Sempre a Galliani e a nessun altro (come si diceva ha gestito quasi un quarto di milione di euro dal 2012) va imputata, per esempio, la responsabilità di certi amori di ritorno improbabili (Kakà, Boateng, Balotelli). Oltre che l’approdo a Milanello di figure di secondo e terzo piano, da Cerci a Zaccardo, da Honda a Taarabt fino a Taiwo. Comprensibile la disaffezione del popolo rossonero, che ha risposto con il minimo storico degli abbonamenti, quest’anno sprofondati a 12mila dai massimi di 60mila degli anni d’oro, i Novanta.

Capite ora perché è di gran lunga preferibile l’incertezza del nuovo Milan sino-americano alla nostalgia per un’epoca finita già dieci anni fa? Gli hedge fund non fanno regali a nessuno. E forse così i manager del nuovo Milan saranno come minimo più motivati di chi li ha preceduti per troppo tempo e ora potrà finalmente godersi i nipotini e una panchina al parco.

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