ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùOltre l’autonomia regionale

Milano cerca mille firme per diventare città-stato

di Sara Monaci


Europee, Sala: molto soddisfatto del risultato di Milano

3' di lettura

A settembre partirà la raccolta firme per fare di Milano una città autonoma, staccata dalla Regione Lombardia e in grado di gestire i fondi nazionali e internazionali. Occorrono mille firme, in base allo statuto della città metropolitana, e poi il referendum consultivo potrà essere indetto. È l’iniziativa dell’associazione Milano Città Stato, che attualmente conta nel suo sito 60.000 fans e 10.000 lettori unici al giorno,e che di fatto scavalca la proposta di autonomia regionale del Pirellone e della Lega.

L’idea è partita nel 2016, e aveva già incassato l’appoggio del sindaco Giuseppe Sala all’epoca in campagna elettorale per le amministrative (e anche quello del suo avversario di centrodestra dell’epoca, Stefano Parisi). Ora che le elezioni europee, sottolinea il presidente dell’associazione Andrea Zoppolato, hanno dimostrato che «Milano fa scelte autonome rispetto al resto del paese anche in politica, senza seguire i trend nazionali, la questione della città-stato può essere di nuovo valorizzata». Inoltre il sito dell’associazione ha avuto un’impennata di visite negli ultimi tre mesi, fatto che spinge gli organizzatori ad avviare il percorso legislativo.

L’iter verso l’autonomia

Ecco l’iter. A settembre partirà la campagna per la raccolta firme. In base allo statuto della città metropolitana ne basterebbero mille. Poi servirà l’appoggio di un quinto almeno dei comuni dell’hinterland metropolitano, che devono rappresentare almeno un terzo dei cittadini che risiedono nell’area. Da ricordare che Milano, nel gennaio 2017, aveva già approvato con il voto di 30 consiglieri un ordine del giorno in cui si invitava l’amministrazione a fare il possibile per rendere Milano autonoma. Quindi l’associazione conta nell’appoggio di Palazzo Marino , per essere concreti.

A quel punto potrà essere indetto un referendum consultivo, con un quorum pari a un terzo dei votanti alle ultime elezioni politiche. Evidentemente un referendum consultivo non ha la forza di una legge che impone un percorso obbligato; tuttavia, in questo caso, viene richiesto l’avvio di un’azione «formale» entro 30 giorni - così come era avvenuto nel 2017 con il referendum per l’autonomia indetto dalle Regioni Veneto e Lombardia, a cui però non c’è stato un seguito concreto se non proposte rimaste sul tavolo della Conferenza Stato-Regioni. Questo vuol dire che l’azione «formale» ha più che altro bisogno di un sostegno politico.

Chi sostiene Milano come Città Stato

Chi sono allora i politici che sostengono i progetto? L’associazione - che oggi torna a farsi sentire dopo la vittoria del Pd a Milano alle europee del 26 maggio -, in realtà vorrebbe smarcarsi dai partiti, alla ricerca di un supporto bipartisan.

Ci sono quindi i radicali a dialogare in prima battuta con l’associazione Milano Città Stato, ma anche alcuni democratici e alcuni leghisti. Tra i giovani democratici ci sono Mattia Mor e il capogruppo in consiglio comunale Filippo Barberis; tra i leghisti c’è il consigliere Alessandro Morelli.

I punti di riferimento politico sono rappresentati dalla nuova generazione di politici, così come l’associazione vede nel suo direttivo 8 persone che vanno dai 19 ai 49 anni.

I vantaggi dell’autonomia

La proposta referendaria prende come esempio le realtà di altri paesi, come Amburgo, Berlino, Vienna, Ginevra, Madrid, Basilea, Londra, San Pietroburgo, Mosca, Hong Kong o Tokyo. Tutte città che grazie all’autonomia rispetto al proprio territorio rivendicano ritmi più rapidi di crescita e migliore organizzazione.

I vantaggi pratici per Milano sarebbero soprattutto l’accesso diretto ai fondi europei e l’autonomia in tema di leggi su formazione, lavoro e ricerca. Il rapporto con il resto della Regione sarebbe, spiega ancora Zoppolato, come quello tra «Berlino e Brandeburgo: la città rimane il capoluogo del territorio ma riceve fondi direttamente dallo Stato». Milano avrebbe questa necessità perché «la competitività non avviene più tra territori, ma tra città, e le città esprimono comunità con un sentire più omogeneo rispetto alle regioni». La città-stato avrebbe poi un suo “parlamentino”: non più il consiglio comunale con elezione diretta e quello della città metropolitana con elezione indiretta, bensì una più forte assemblea cittadina allargata all’hinterland.

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