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«Milano ha l’energia per diventare hub globale e trainare il Paese»

di Monica D'Ascenzo


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6' di lettura

La palla colpita per far gol solleva una nuvola di sabbia chiara che brilla nel sole. Il tiro, però, non arriva in porta stoppato da Giacinto Facchetti, che rinvia a Mariolino Corso con un ribaltamento di campo. «Sono nato giocando a calcio. Le estati a Stintino in vacanza con Corso, Facchetti e Suárez e durante la stagione i pomeriggi ad Appiano Gentile. Sono legami che durano anche oggi e con molti ci vediamo ancora, come fossimo una famiglia allargata», racconta Angelo Moratti, nel suo studio nella sede di Milano Investment Partners, il fondo di venture capital lanciato lo scorso anno e specializzato in startup del lifestyle italiano.

Le foto dell’infanzia di Angelo Moratti, classe 1963, raccontano vacanze a Stintino e partite in spiaggia con le stelle del campionato italiano di allora e della Nazionale. Come il capitano gentiluomo, l’inventore dei calci di punizione a foglia morta, ma anche il fantasista spagnolo Luisito Suárez o lo stopper scapestrato Mauro Bellugi. Un legame a doppio filo quello della famiglia Moratti con l’Inter, che è durato nel tempo e sopravvissuto al passaggio di mano della società. E i ricordi campeggiano nello studio dell’imprenditore, tra foto e coppe sulla libreria in una stanza molto spaziosa con ampie finestre su un giardino verde nel centro di Milano, come a cercare una dimensione diversa che tende al bello. D’altra parte i suoi investimenti oggi sono in fashion, food e design, con la partecipazione nel gruppo petrolifero di famiglia, Saras, che lo vede sedere nel consiglio di amministrazione ma senza deleghe operative. E l’obiettivo, ben più ampio del proprio business, è quello di contribuire affinché l’Italia, e Milano in testa, diventi un hub europeo a cui possano guardare gli investitori internazionali. «La domanda che mi faccio è come sia possibile lavorare dando qualcosa alla società. Lo sto facendo cercando di costruire un ponte tra Stati Uniti e Italia, perché credo sia la prossima fase per creare un ecosistema di venture capital sulla piazza di Milano. La città si è già sviluppata negli ultimi anni ed è pronta al prossimo salto: le università dal Politecnico alla Bicocca, alla Bocconi stanno facendo la loro parte, le famiglie di imprenditori stanno iniziando a investire in fondi di venture capital e in startup, i servizi hanno standard europei e le idee imprenditoriali non mancano. Tutti fattori che possono finalmente attirare l’attenzione degli investitori stranieri», spiega Moratti, che sottolinea: «Sono positivo e credo che, in cinque-dieci anni, Milano possa diventare uno degli hub europei più interessanti. Dobbiamo creare le premesse perché poi la città faccia da volàno per l’intero Paese. Per questo serve continuità e stabilità per poter attirare investitori dall’estero».

L’ottica in cui guardare la sfida non è quella di una Milano che deve competere con gli altri hub europei, ma quella di una città che deve diventare parte di un ecosistema globale. Ma cosa manca ancora all’Italia? Almeno tre fattori possono essere il punto di svolta: «Manca una grande azienda che abbia investito come ha fatto, ad esempio, Intel in Israele. Mancano due o tre casi di grande successo imprenditoriale, che possano determinare il mercato e attrarre talenti e investimenti. Infine è fondamentale il ruolo che può giocare il governo, non sostituendosi agli investitori con investimenti diretti, ma creando le condizioni per lo sviluppo del mercato attraverso un fondo di fondi che supporti lo sviluppo del venture capital e sgravi fiscali per le startup».

Dal canto suo Moratti sta facendo la propria parte, mettendo a disposizione della città la rete di conoscenze intessute negli anni. Era il 2000 quando scrisse a Warren Buffett per invitarlo a Milano. Riuscì a portare in Italia il magnate americano e a fargli incontrare una cinquantina fra imprenditori e rappresentanti delle istituzioni italiane. Buffett, che è uomo di poche parole ma di grande istinto, alla fine scelse Angelo Moratti come consulente per l’Europa e gli disse: «You have to be my eyes in your country and in Europe». E così è stato. Per Moratti, azionista di Berkshire Hathaway, l’assemblea dei soci della holding di Buffett è diventato un appuntamento ricorrente e con l’occasione spesso riesce ad avere incontri one to one con l’Oracolo di Omaha, come viene chiamato dalla stampa. «Avevo invitato Buffett senza conoscerlo, attraverso un nipote di Kennedy. Venne in Italia e da lì è iniziato il nostro rapporto. Lui mi ha dato un paio di suggerimenti preziosi. Innanzitutto mi disse: “Fai qualcosa che riflette la tua personalità e le tue passioni. Find your own space. E dedicati al 100% a quello”. Mi ha insegnato a individuare il mio cerchio di competenze e mi ha suggerito: “Non uscire di lì, ma in quello devi essere il migliore”». Insegnamenti che Moratti ha messo a frutto nelle sue scelte professionali creando un fondo che investe in ciò che lui apprezza e che ha sede in un ufficio in grado di riflettere le radici nel passato (all’ingresso c’è un vecchio distributore americano di Coca Cola) e la visione del futuro (nella sala riunioni campeggia il poster della serie tv interattiva “The Circle of Eight”).

Negli anni l’imprenditore è riuscito a mettere a frutto anche la rete di rapporti costruita nel tempo. «Un paio di mesi fa sono riuscito a portare a Milano per la prima volta i rappresentanti di tre fondi americani Accel Partners (conta 9 miliardi di dollari gestiti e investimenti in Facebook, Dropbox e Spotify, ndr), General Catalyst (1,4 miliardi di dollari raccolti nell’ultimo fondo di venture capital e investimenti in Deliveroo e Airbnb) e il family office Iconiq Capital, che aveva iniziato a operare con gli investimenti di Mark Zuckerberg», racconta Moratti, proseguendo: «La Silicon Valley sta comprendendo che Milano è una piazza interessante perché siamo bravi nel design, nel fashion e nel food. Iniziano anche ad arrivare investimenti nel fashion tech perché negli Stati Uniti hanno l’expertise digital ma per i prodotti di manifattura devono venire in Italia. E nei giorni che hanno trascorso a Milano abbiamo fatto incontrare agli investitori americani i produttori italiani di moda, oltre a far visitare loro le eccellenze della città dalla Fondazione Prada ad Armani Silos».

Milano, poi, è di certo diventata più appetibile da quando sono arrivati grandi marchi globali a investire come Starbucks, nel cui approdo a Milano Moratti ha avuto un ruolo, Apple e, fra poco, Uniqlo.

«In città c’è l’energia giusta, ci sono le premesse per creare un ecosistema internazionale per startup dedicate al lifestyle. Abbiamo raggiunto un primo traguardo», sorride soddisfatto l’imprenditore parlando della città che ama. Crede nella restituzione, perché, come gli ripeteva suo padre, Gian Marco Moratti, scomparso lo scorso anno: «Tutto quello che hai è in prestito». Un insegnamento che l’imprenditore unisce a una frase di nonna Erminia che gli risuona spesso nella memoria: «Alla fine della tua vita tutto quello che rimane è il bene che hai fatto». Che sia per predisposizione di famiglia o per indole naturale, Moratti non ha fatto mancare il suo contributo neppure nel sociale. Nel 2006 è entrato nel consiglio di Special Olympics, l’associazione fondata da Eunice Kennedy Shriver, e dal 2016 ne è vicepresidente mondiale.

Grazie al suo ruolo è stato più volte alla Casa Bianca con George W.Bush, Bill Clinton e Barack Obama. «Clinton ha un impatto eccezionale sulle persone, quando ti incontra ti mette una mano sulla spalla e memorizza il tuo nome. Obama si è illuminato quando gli abbiamo parlato di Special Olympics. È un uomo di grandissima visione e sintesi di ragionamento anche se ha poco senso del business», ricorda Moratti, che nella libreria dello studio colleziona istantanee dei suoi incontri più significativi e oltre ai presidenti degli Stati Uniti, ha foto con papa Francesco e con il Dalai Lama. Immagini che simboleggiano la ricerca spirituale attraverso lo studio delle filosofie orientali, la meditazione e lo yoga, accompagnati dalla lettura e rilettura del Libro del Tao e di Siddhartha.

«Per sette anni, ogni anno sono andato in Bhutan, dove il governo non misura il Pil ma la Gross national happiness.È un Paese in cui c’è un’attenzione particolare per il prossimo e per la natura, è come un concentrato degli ultimi principi visibili delle tradizioni orientali. Passavo settimane senza cellulare, senza internet né tv. Andavo ad aiutare negli orfanotrofi. Sono state esperienze molto intense», ricorda Moratti, che oggi ha una moglie, Nadia, e da due anni è padre di due gemelli, Gian Marco e Grace. E la sfida da papà non si presenta meno impegnativa di quella da imprenditore, ma viene affrontata con serenità: «Dai bambini si impara più di quello che noi adulti possiamo insegnare. È opportuno consentir loro di essere sempre loro stessi, ma vanno fermati prima che si facciano male», dice Angelo Moratti guardando avanti, ma forte anche della sua esperienza, di quando a 11 anni fu mandato a studiare in Gran Bretagna in un collegio militare. Vi rimase fino ai 20 anni, per tornare ed entrare in Saras. Poi, però, il richiamo di Londra prima e di New York dopo lo riportarono all’estero per studiare (Columbia University) e per crescere professionalmente (trading e finanza).

Questa formazione lo ha portato a non porsi confini, tanto che ora si spinge in Asia, grazie anche al team che ha creato in Milano Investment Partners. È un gruppo di giovani brillanti, che lo aiutano a guardare il mondo con le lenti di una generazione diversa e che lui fa crescere con la sua esperienza e la sua rete di contatti. Nonna Erminia sta sorridendo, questa “restituzione” avrà futuro.

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