il business dell’università milanese

Milano, Politecnico Holding cresce con i privati e le alleanze cinesi

di Lello Naso


Al Politecnico di Milano si misura l'intelligenza dei robot

4' di lettura

La sede del Polifab, il laboratorio di micro e nano tecnologie del Politecnico di Milano, è in un’ala dell’edificio in stile liberty della Fondazione Ronzoni, il centro di ricerca privato dell’industria tessile lombarda nato negli anni Venti. In questi spazi, Giulio Natta, in collaborazione con Montecatini, condusse parte degli esperimenti che portarono alla scoperta del polipropilene e all’unico Nobel nella storia del Politecnico. C’era tutto già allora, negli Anni Cinquanta: il rigore scientifico e le competenze formate al Politecnico; le sinergie con l’industria privata; la modernità all’interno di un edificio storico.

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Oggi il Polifab, nato nel 2011 e attivato nel 2015, mette le sue strutture, la clean room e il microscopio atomico, a disposizione di 110 tra imprese ed enti pubblici, dal Cnr aStmicroelectron. Una metafora della filosofia del Politecnico aperto, recuperata e rilanciata nell’ultimo decennio, che ha fatto fare all’istituzione milanese guidata dal rettore Ferruccio Resta il salto triplo nella gerarchia globale delle Università. Alta formazione, ricerca, sinergie con i privati, apertura al territorio, internazionalizzazione e una gestione manageriale che fanno somigliare il Politecnico a una holding industriale.

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La conferma è nei numeri. Record di studenti iscritti, di professori e di ricercatori. Dall’Italia e dall’estero. Record di contratti di ricerca e jv con imprese private e istituzioni, accordi internazionali, crescita costante degli spazi milanesi di Leonardo e Bovisa e delle sedi distaccate. Un giro d’affari che, se si potesse consolidare un bilancio pro forma delle società nell’orbita del Politecnico, sarebbe ampiamente superiore ai 500 milioni di euro. Anche le classifiche internazionali segnalano un salto triplo. Il ranking QS, il più attendibile, segnala che nelle tre specializzazioni in cui compete, il Politecnico è quinto nel design, nono nell’architettura e diciassettesimo nell’ingegneria, l’area più competitiva in assoluto, nella quale solo nel 2012 era in quarantottesima posizione. Una scalata rapida in un mondo ingessato come quello delle università.

«Nel piano di sviluppo triennale - spiega il rettore Ferruccio Resta - abbiamo individuato le priorità, le azioni e gli obiettivi da raggiungere. Tutti i dirigenti dell’Ateneo hanno sul pc un alert con l’indicazione degli obiettivi e lo stato di avanzamento aggiornato settimanalmente. Manca un anno e siamo all’80% per quasi tutte le linee di azione. Ora dobbiamo iniziare la consultazione per il Piano 2020-22 e approvarlo entro fine anno».

La formazione rimane il core business del Politecnico. Gli studenti sono 43mila e i laureati 11mila ogni anno. Docenti e ricercatori sono 1.400, assegnisti e dottorandi 1.700. «L’obiettivo – dice Resta – è aumentare la qualità della formazione. Agli studenti chiediamo tanto in termini di applicazione e impegno e per questo dobbiamo dare alta qualità nell’insegnamento e nei servizi». La centralità dell’Università luogo fisico è un caposaldo, ma l’integrazione digitale è la via obbligata per il futuro. L’ampliamento di Bovisa e delle sedi territoriali serve per migliorare gli spazi e la qualità dell’ambiente di lavoro e di studio anche di piazzale Leonardo, la sede storica. La spesa annuale di manutenzione è di 8 milioni. Saranno rimosse le macchine all’interno dei cortili e ampliati gli spazi di condivisione. Entro primavera del 2020 sarà inaugurato il campus di architettura di Renzo Piano per il quale sono stati anche raccolti 6 milioni in crowdfunding.

L’integrazione digitale passa dai Mooc, i corsi online, 38 avviati sui 50 previsti dal Piano, ma soprattutto da una nuova filosofia di insegnamento. «Gli strumenti digitali ci aiutano per l’interazione in tempo reale con gli studenti. A partire dall’aula. La didattica è in continua evoluzione, dalle verifiche alle tecniche di autoapprendimento. Si va verso un insegnamento più condiviso». Il secondo obiettivo prioritario è la ricerca. I numeri, anche in questo caso, segnalano una base di partenza solida. Trentanove collaborazioni con imprese (in maggioranza contratti di ricerca) che valgono oltre 100 milioni; 111 milioni di finanziamenti Horizon 2020 ottenuti (dodicesima Università in Europa) e 24 milioni di progetti Erc. Il Politecnico è l’Università leader in Italia per numero di brevetti (1.610), spin off (60 società costituite dal 2000, di cui 52 attive) e autofinanziamento. «La strada è ancora lunga», dice Resta. «Se facciamo un confronto con le università estere al top siamo ancora indietro. Bisogna introdurre strumenti innovativi per mettere a terra la ricerca prodotta all’interno dell’Ateneo».

In questi anni è cambiato il rapporto con le imprese. Alla richiesta di singole soluzioni per risolvere problemi produttivi concreti si è aggiunta la collaborazione su grandi progetti di ricerca interdisciplinare di medio-lungo periodo. Eni ha un accordo quadro avviato nel 2008 e rinnovato nel 2018 per un altro triennio, che ha già prodotto 40 milioni di investimenti e un master in Energy Innovation appena avviato. Vodafone finanzia il cantiere sull’evoluzione del 5G. Brembo quello sulla mobilità autonoma. Edison ha spostato all’interno del Politecnico il centro ricerche italiano. Stm ha un accordo di 5 anni per sviluppare al PoliFab, che ha chiesto di ampliare, sistemi micro-elettro meccanici. La settimana scorsa è stato presentato Made, il Competence center di Industria 4.0 di Bovisa-Durando, accanto al PoliHub, l’acceleratore che ospita 113 imprese e la joint platform con la Tsinghua University di Pechino che ha proprio in Industria 4.0 il cuore del progetto . A ottobre, con 360 Capital Partners, è stato lanciato Poli360, fondo di venture capital da 60 milioni dedicato al trasferimento tecnologico che supporterà studenti e ricercatori. È sostenuto da Cdp, Brembo e Maire Tecnimont ed è aperto ad altri partner, anche stranieri.

Proprio la proiezione internazionale è l’altro asset di sviluppo. Il Politecnico ha 900 accordi nel mondo per i progetti Erasmus e 75 per le doppie lauree. Ma i gli accordi strategici sono tre: Idea League (con Zurigo, l’olandese Delft, la tedesca Aachen e la svedese Chalmers) per promuovere scambi di ricercatori, docenti e studenti; Alliance4Tech (con Parigi, Berlino e Londra) per la creazione di un Campus europeo aperto; lo sviluppo cinese che prevede gli accordi con Tsinghua University (che ha inaugurato a Bovisa l’unico centro europeo di ricerca) e con Xi’an che ha visto la creazione di un Innovation hub da 10mila metri quadrati in Cina. «Abbiamo deciso di selezionare tre progetti strategici e di concentrarci solo su quelli. L’obiettivo è consentire agli studenti di seguire corsi nelle università partner. Il nostro compito è dare agli studenti una formazione internazionale e aperta, poi loro decideranno dove lavorare».

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