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Milano riparte dai bar (ma regna ancora la confusione) L’incognita scuole e la comunicazione politica confusa

Il mondo dei professionisti parla chiaramente di esagerazioni: da quelli della comunicazione ai manager di multinazionali. Eppure qualcosa si doveva fare. Idee poco chiare

di Sara Monaci

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Il mondo dei professionisti parla chiaramente di esagerazioni: da quelli della comunicazione ai manager di multinazionali. Eppure qualcosa si doveva fare. Idee poco chiare


3' di lettura

A Milano comincia a serpeggiare l'idea che forse si è un po' esagerato. L'allarmismo ha bloccato la città. È ora in qualche modo tocca ripartire.
Da dove è difficile dirlo: il sindaco Giuseppe Sala da ieri sera propone di valorizzare la cultura e i musei, perché “la cultura è vita”, ha detto.

Il governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana ha invece dato un'interpretazione “morbida” dell'ordinanza nazionale estendendo quanto previsto per i ristoranti anche per i bar, che possono riaprire, sì, ma solo per il servizio ai tavoli e niente assembramenti al bancone.

Proprio Fontana ora è in quarantena avendo avuto contatti con una sua collaboratrice positiva al tampone, e l'immagine di lui con la mascherina “per tutelare le persone che gli stanno intorno” dà l'idea del politico che crede nelle misure drastiche prese, o almeno che intende portarle avanti per coerenza. Tuttavia l'interpretazione dell'ordinanza la dice lunga sulla voglia di riaprire i locali e non solo.

Inoltre a Palazzo Lombardia i vertici sottolineano dietro le quinte che il problema è che da noi “abbiamo fatto 10mila tamponi, in altri paesi come la Francia poche centinaia”.

Il mondo dei professionisti parla chiaramente di esagerazioni: da quelli della comunicazione ai manager di multinazionali. Eppure qualcosa si doveva fare. Idee poco chiare.

Anche società misto pubblico-privato come Fiera Milano e Sea (società aeroportuale di Linate e Malpensa) stanno soffrendo per la situazione. Per il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi “l'impatto del coronavirus lo sconteremo duramente. Fermare la Lombardia significa frenare oltre un quinto del Pil italiano. Bisogna contenere i toni di allarmismo”.

Evidentemente Milano è la città che fa più impressione in questi giorni, considerando la differenza con il fermento quotidiano. La gente praticamente si è fermata insieme all'ordinanza. Anche nei negozi non ci sono più persone, e i negozianti sono spinti a fare grandi promozioni che durano proprio lo spazio temporale dell'emergenza coronavirus. Unica differenza sono le farmacie e i supermercati, non come lo scorso weekend, ma pur sempre molto frequentati.

Le piazze invece sono vuote, anche quelle tradizionalmente frequentate per il dopo lavoro: dal consueto giro sui Navigli alla passeggiata in Piazza Gae Aulenti. Qualche luce ieri sera ricompariva, intorno ai locali qualcuno in più. Ma ancora siamo ben lontani dal consueto “aperitivo” milanese. Niente Milano da bere per ora.

Da qui l'invito di Sala di riaprire i musei, che vorrebbe dire anche attrarre persone che vengono da fuori città, come sempre. Peraltro con il Teatro alla Scala bloccato qualcosa bisogna fare.

P roprio Sala è stato criticato ieri in consiglio comunale, che si è svolto a porte chiuse, con quasi tutti i consiglieri presenti ma senza il sindaco. Ci si aspettava che riferisse in consiglio della situazione, ma ha inviato un messaggio che lunedì ci sarà un chiarimento con la Regione e quindi in quel contesto se ne parlerà.

A Palazzo Marino ci si interroga se le misure siano state efficaci o meno, sensate o meno. Il sindaco il giorno prima dello scoppio del caso Lodi non voleva barricare la città, accusato, dalla Lega soprattutto, di sottovalutare la vicenda. Poi il giorno dopo si è ritrovato a condividere l'ordinanza a seguito della notizia dei primi due contagiati milanesi. Una comunicazione in continuo mutamento che evidentemente ha destato preoccupazione tra le persone (e chiaramente un focolaio alle porte, nella vicina Lodi, non è semplice da gestire).

Le persone sedute ai bar parlano solo di questo e si dividono sostanzialmente in due gruppi: chi dice che “ora è troppo” e chi pensa che “se i politici sono stati così confusi è perché evidentemente qualcosa di preoccupante c'è”.

Per la scuola si dovrà aspettare ancora qualche ora. La decisione attesa è che si possa ripartire già dalla prossima settimana, ma la questione politica è delicata: se si interrompe l'ordinanza prima dei 14 giorni indicati comunemente per l'incubazione della malattia, il rischio non è solo vanificare l'operato, ma in qualche modo significa ammettere che si è esagerato. Proseguire al contrario vorrebbe dire paralizzare ancora la città. Le famiglie sono chiaramente in difficoltà per la gestione dei figli, ma non solo: il messaggio sarebbe ancora quello di un pericolo imminente. Per questo la decisione non è ancora chiara.

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