Cultura e Societa

Milano svela tutto il pop di Haring

di Marina Mojana

4' di lettura

Si è inaugurata ieri sera, a Palazzo Reale di Milano, la più grande mostra mai vista prima in Italia dell’artista pop statunitense Keith Haring (1958-1990). Quello degli omini che finiscono su T- shirt, tazze o portachiavi, ma soprattutto un artista che fu «un generatore di simboli» e un uomo che «ha sfidato la pigrizia del pensiero», come ha ricordato il sindaco Giuseppe Sala.

Haring conosceva bene l’Italia e Milano in particolare; dove aveva esposto nel 1984 nella galleria di Salvatore Ala.

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Con 110 opere – molte di grandi dimensioni, alcune inedite e non poche provenienti da collezioni pubbliche e private americane, europee e asiatiche – la mostra, curata da Gianni Mercurio, mette in rapporto la produzione di Haring con la storia dell’arte, rivelando le fonti iconografiche che ispirarono i suoi personaggi: l’omino con le braccia aperte e il buco nella pancia (dall’Uomo vitruviano), il vitello d’oro, la lupa capitolina, l’arpia, il drago che si mangia la coda (Ouroboros), il mitico Cinocefalo, il serpente delle civiltà mesoamericane (il dio azteco Quetzalcoatl) e via di questo passo. Non commuove, ma diverte.

All’interno del percorso espositivo – un’infilata di sale suddivise in sette sezioni – i lavori di Haring vengono posti in dialogo con l’archeologia classica, le arti precolombiane, le figure archetipe delle religioni, le maschere del Pacifico e le creazioni dei nativi americani, fino ad arrivare ai maestri del Novecento che più lo influenzarono, dall’Action painting di Jackson Pollock all’Art brut di Jean Dubuffet.

Haring doveva molto ad Andy Warhol «per me è stato un amico e un mentore allo stesso tempo» dichiarò alla sua morte, nel febbraio del 1987. «Andy è stata la persona che ha costituito il vero precedente di ciò che faccio, in un modo che gli ha dato legittimità e integrità. E l’ha sostenuto attivamente. Mi ha anche insegnato a essere un artista e una star, a come fare della tua esistenza la tua opera». Affascinato dalla pittura dell’olandese Hieronymus Bosch (1450-1516), Haring si era come inebriato davanti al suo Il giardino delle delizie «perché in questo quadro – dichiarò nel 1989 – la realtà è un’iperrealtà quasi realtà, immaginata o altamente estetizzata».

Aperta fino al 18 giugno e prodotta dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale, Giunti Arte mostre musei e 24 ORE Cultura - Gruppo 24 ORE, con la collaborazione scientifica di Madeinart e il prezioso contributo della Keith Haring Foundation, la mostra ha altresì il merito di far emergere il pensiero dell’artista. Come ha dichiarato Domenico Piraina, direttore del Palazzo Reale, «Haring capì in anticipo le nuove direzioni della storia: la globalizzazione, la democratizzazione dell’arte, la simbiosi arte-vita, la pervasività della tecnologia».

La rassegna ruota attorno a un nuovo assunto critico: la lettura retrospettiva dell’opera di Haring non è corretta se non è vista anche alla luce della storia delle arti che egli ha compreso e collocato al centro del suo lavoro, assimilandola fino a integrarla esplicitamente nei suoi dipinti e costruendo in questo modo la parte più significativa della sua ricerca estetica. «Dipingo immagini che sono il risultato delle mie esplorazioni personali – appunta nel suo diario – lascio ad altri il compito di decifrarle, di capirne i simbolismi e le implicazioni. Io sono solo il tramite. Raccolgo informazioni, o ricevo informazioni che provengono da altre fonti. Le traduco in una forma visibile attraverso l’uso di immagini e oggetti. A questo punto ho svolto il mio compito. È responsabilità dello spettatore o dell’interprete che riceve le mie informazioni farsi le proprie idee e interpretazioni al riguardo».

«Il suo lavoro – osserva il curatore della mostra – è stato letto per troppi anni come espressione di una controcultura socialmente e politicamente impegnata su temi propri del suo e del nostro tempo: droga, razzismo, Aids, minaccia nucleare, alienazione giovanile, discriminazione delle minoranze, arroganza del potere. Tuttavia il suo progetto, reso evidente in questa mostra, fu di ricomporre i linguaggi dell’arte in un unico personale, immaginario simbolico, che fosse al tempo stesso universale, per riscoprire l’arte come testimonianza di una verità interiore che pone al suo centro l’uomo e la sua condizione sociale e individuale. È in questo disegno – prosegue Mercurio – che risiede la vera grandezza di Haring; da qui parte e si sviluppa il suo celebrato impegno di artista-attivista e si afferma la sua forte singolarità rispetto ai suoi contemporanei».

Icona globale, morto di Aids a soli 31 anni, Haring era originario della Pennsylvania; come molti coetanei amava i fumetti di Walt Disney e li riproduceva all’infinito, giocando con il padre Allen – a cui piaceva disegnare – a scambiarsi schizzi da completare a occhi chiusi. A vent’anni, dopo avere visto una mostra a Pittsburgh di Pierre Alechinsky, decide di fare l’artista. Si trasferisce a New York e i suoi primi interventi - che in seguito lo avrebbero reso celebre in tutto il mondo – si incominciano a vedere nelle stazioni della metropolitana. Erano immagini che richiamavano l’attenzione per il tratto continuo, sintetico, semplice e inconfondibile, qualcosa di più del graffitismo di strada.

La sua prima personale è nel 1981, l’anno successivo espone già a Documenta 7 di Kassel. A partire dal 1982 Haring si reca in Europa. Visita l’Olanda, il Belgio, l’Italia, la Germania, l’Inghilterra. Frequenta i musei, è colpito dall’essenzialità di Piet Mondrian e Paul Klee, dai tratti sinuosi di Matisse, dalla dimensione surreale di Dalì e Magritte. Nei suoi diari registra l’interesse per Picasso e l’ammirazione per Fernand Léger, Jean Arp e Jean Tinguely. Realizza performance e si avvicina al cartoonisme; è interessato all’arte del fumetto per il processo dello schema narrativo piuttosto che per la singola immagine decontestualizzata. Jeff Koons gli deve molto.

Haring si considerava una sorta di storyteller e la mostra di Milano lo documenta chiaramente.

Ricordarlo oggi porta alla ribalta l’arte colorata e figurativa degli anni Ottanta, sui quali sono in corso manovre di riscoperta e di rilancio. Anche il catalogo, pubblicato da GAmm Giunti/24 ORE Cultura, è un utile strumento per approfondire una stagione creativa e vitale, fatta di eccessi e stravaganze. Oltre a una vasta biografia illustrata (a cura di Christina Clausen, regista del film The Universe of Keith Haring uscito nel 2008), il volume riproduce tutte le opere esposte, ospita il testo del curatore Gianni Mercurio e i saggi di Demetrio Paparoni, Marina Mattei e Giuseppe Di Giacomo.

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