Tar Cagliari

Minacce verbali alla suocera: legittima la sospensione di uso e detenzione di armi

La misura risulta ragionevole ai giudici amministrativi anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza

di Davide Madeddu

(zexis - stock.adobe.com)

2' di lettura

Revocare l'autorizzazione e vietare l'uso di armi e detenzione di munizioni è un atto discrezionale non punitivo che mira a prevenire abusi e tutelare l'incolumità pubblica e privata. Un principio rimarcato dal Tar di Cagliari nella sentenza 47/2022, depositata il 25 gennaio, con cui ha respinto il ricorso di un uomo al quale il prefetto di Cagliari ha vietato «la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti» alla luce di una querela per minacce, poi archiviata dal Gip su richiesta del pubblico ministero.

Sospensione porto d’armi come atto preventivo

All'origine della vicenda c'è una lite familiare tra genero e suocera. Segue la querela presentata dalla donna e segnalata poi dai carabinieri. Il procedimento penale viene «archiviato dal giudice per le indagini preliminari, già prima dell’adozione del provvedimento impugnato sulla richiesta del pubblico ministero».C'è quindi la sospensione del permesso a detenere armi e il ricorso al Tar di Cagliari.

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Per i giudici amministrativi, che richiamano quanto ribadito anche dal Consiglio di Stato, «è ragionevole, e comunque insindacabile in sede di giurisdizione di legittimità, la scelta dell’Amministrazione di prevenire che determinate situazioni possano degenerare, vietando la detenzione di armi e munizioni a chi ha formulato minacce nel corso di litigi, anche se in assenza di un contestuale uso di armi ed anche se ciò è avvenuto fra congiunti».

Il caso delle minacce familiari

I giudici sottolineano che «in relazione ad una situazione familiare caratterizzata da tensioni e litigi, è ragionevole - e comunque insindacabile nella sede della giurisdizione di legittimità - la scelta dell’Amministrazione di prevenire che la situazione possa degenerare, vietando la detenzione di armi e munizioni nei confronti di chi risultava comunque coinvolto in tali tensioni familiari, dovendosi peraltro ricordare che il giudizio prognostico a fondamento del diniego di uso delle armi viene considerato più stringente del giudizio di pericolosità sociale o di responsabilità penale, atteso che il divieto può essere adottato anche in base a situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza».

Nessun intento punitivo, ma cautelare

Il ricorso si fonda sulla circostanza che il procedimento penale, avviato a carico dell'uomo, è stato archiviato dal giudice per le indagini preliminari, già prima dell'adozione del provvedimento poi impugnato. I giudici sottolineano come «situazioni familiari connotate da tensioni o litigi possano giustificare l’adozione del provvedimento prefettizio di divieto di detenzione di armi».

Poi la sottolineatura del fatto che «il compito dell’autorità di Ps, da esercitare con ampia discrezionalità, non è sanzionatorio o punitivo, ma è quello di natura cautelare consistente nel prevenire abusi nell’uso delle armi a tutela della privata e pubblica incolumità, sicché ai fini della revoca dell’autorizzazione e del divieto di detenzione di armi e munizioni, non è necessario un obiettivo ed accertato abuso delle armi, bensì è sufficiente la sussistenza di circostanze che dimostrino come il soggetto non sia del tutto affidabile al loro uso». Ricorso «infondato e rigettato».


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