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Mini-Bot, i 10 «no» delle imprese alla moneta parallela

di Gianni Trovati


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3' di lettura

Le prime a non volere i mini-Bot sono le imprese, cioè proprio i creditori della Pa che nell'idea gialloverde rilanciata dalla mozione parlamentare del 28 maggio dovrebbero ricevere i mini-titoli come pagamento delle loro forniture. L'argomento, declinato nelle “10 domande e risposte sui cosiddetti mini-Bot” diffuse dal centro studi Confindustria, pare abbastanza definitivo, anche agli occhi di chi sottovaluta o apprezza la forza contundente anti-euro rappresentata dai mini-titoli.

Ma i due piani sono ovviamente intrecciati, perché i mini-Bot che si concretizzerebbero in una moneta parallela viaggerebbero a forte sconto rispetto alla valuta ufficiale, con una distanza proporzionale al deficit di fiducia che gli ipotetici utilizzatori nutrirebbero per questi pezzi di carta rispetto agli euro veri. Proprio per questo le imprese dicono “no grazie, preferiamo gli euro”.

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Il tema continua a incendiare un dibattito che pare disinteressarsi in realtà degli effetti sui creditori della pubblica amministrazione. Il leghista Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera e principale sponsor della proposta, ricorda che i mini-Bot sono nel contratto di governo. E ha ragione. Il ministro dell'Economia Tria, impegnato in Lussemburgo in un negoziato con la Ue sulla procedura d'infrazione nel quale i mini-Bot giocano il ruolo del cerino nel deposito di benzina, torna a dire che l'idea è “inutile e dannosa”. Ha ragione anche lui.

Questo tipo di dialettica è ormai abituale nel governo a tre facce che guida l'Italia in questa fase. Ma proprio le dieci domande e risposte degli industriali sui mini-Bot mostrano che il piano pratico e quello politico viaggiano a braccetto. Nella stessa direzione.

Vediamo le principali. I mini-Bot sono nuovo debito? Sì, ovviamente, perché il debito commerciale oggi entra nel calcolo del debito pubblico solo quando è ceduto pro soluto, situazione che riguarda circa il 5% del debito commerciale degli enti pubblici verso le imprese.

È solo una questione contabile? No, perché una nuova gobba di un debito italiano che con la sua mole già occupa la scena internazionale crea un forte rischio di fiammate ulteriori di spread e tassi di interesse. Un problema vero per le banche, e quindi per le imprese che alle banche chiedono credito.

Nonostante questi effetti collaterali, i mini-Bot potrebbero avere qualche vantaggio? No, per tre ragioni. A livello di sistema, spiega il Centro studi Confindustria, le imprese oggi non hanno i problemi di liquidità che avevano nel 2012, quando il governo Monti comincio' ad affrontare davvero la montagna dei debiti commerciali della Pa. Gli effetti di quell'azio e, proseguita negli anni con diversi interventi sblocca-debiti, si vedono, e qui arriva la seconda ragione. L'arretrato è stimato oggi in 53 miliardi di euro: sono molti soldi, certo, ma poco più della metà dei 90 miliardi abbondanti di sei-sette anni fa, in un calcolo che in ogni caso abbraccia anche forme di arretrato più o meno fisiologico e spesso risolvibile in tempi brevi. Meglio continuare con le formule più tradizionali, allora, come le anticipazioni di liquidità agli enti locali (rilanciate dalla manovra e dal decreto crescita) che sono peraltro i titolari di gran parte del debito commerciale. Anche perché, terzo problema, i mini-Bot rischiano di perdere in fretta il proprio valore appena messi nelle mani di un operatore di mercato.

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