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Mini-bot, perché la «moneta parallela» sarebbe un danno per l’Italia

di Dino Pesole

Cottarelli: unanimità sui minibot? Forse qualcuno non ha capito

3' di lettura

Se si considera l’effetto già prodotto sullo spread e i rischi connessi, ci si potrebbe chiedere: a chi giova? Già, perché la mozione approvata dalla Camera giovedì scorso con voto bipartisan che impegna il governo a pagare i debiti commerciali della Pubblica amministrazione anche attraverso l’emissione di titoli di Stato di piccolo taglio (i cosiddetti “mini-bot”), nonostante abbia le vesti di un atto di indirizzo ovviamente senza alcuna conseguenza pratica almeno per ora, tuttavia è bastato ad allarmare ulteriormente i mercati.

Una sorta di “moneta parallela” che di fatto potrebbe costituire il primo passo dell’Italexit? La proposta che vede in prima fila tra i suoi sostenitori il presidente leghista della Commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi è percepita dai mercati (e non solo) come l’anticamera dell’uscita dell’Italia dall’euro. E allora cerchiamo di capire di cosa si tratta affidandoci alla massima autorità in materia, la Banca d’Italia.

Bene la tesi molto chiara di Via Nazionale, condivisa con la Bce, è la seguente: il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (art. 128) e il Regolamento EC/974/98 (art. 2, 10 e 11) stabiliscono che «le banconote e le monete metalliche in euro sono le uniche con corso legale nell’unione monetaria». All’emissione, questa sorta di moneta fiscale svolgerebbe solo la funzione di «riserva di valore, e da questo punto di vista sarebbe del tutto simile a un titolo di Stato». Sulla base della legislazione vigente tale “moneta” potrebbe essere utilizzata come mezzo di pagamento solo con il consenso del creditore. «Pertanto essa sarebbe accettata con sicurezza solo dallo Stato il quale si impegnerebbe ad accettarla in compensazione dei propri crediti fiscali nei confronti del detentore».

Qualora invece lo Stato decidesse unilateralmente di liberarsi di propri debiti con un pagamento eseguito in moneta diversa dalla moneta legale «si prefigurerebbe una violazione di quanto previsto dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dal Regolamento EC/974/98, con elevata probabilità di contenzioso e negative ripercussioni di carattere reputazionale presso i potenziali sottoscrittori dei titoli di debito pubblico».

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Sarebbe opportuno che quando il Parlamento entra in argomenti e temi cosi rilevanti appunto per la reputazione del nostro paese ne avesse piena cognizione. In sostanza e in sintesi: pure ammesso che l’emissione dei mini-bot fosse consentita il danno in termini reputazionali per un paese come il nostro che deve trovare sul mercato 400 miliardi l’anno per finanziare il suo enorme debito sarebbe enorme. Cui prodest, a chi giova? Esistono casi recenti o passati di emissione di questa sorta di “moneta fiscale”?

Ecco un precedente: nel 1933 la Germania nazista istituì una società per la ricerca in campo metallurgico che emetteva cambiali garantite dallo Stato per pagare i fornitori statali. Cambiali che potevano essere convertite presso la Banca centrale tedesca in moneta con corso legale a un valore inferiore a quello nominale. Altra obiezione espressa altrettanto chiaramente dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco nel corso del suo intervento al Festival dell’Economia di Trento: comunque sia, si tratta comunque di debito «e non è certo una soluzione al problema del nostro debito pubblico. Occorre evitare che con proposte che possono cercare di risolvere percezioni di problemi si mettano in moto percezioni che facciano salire il costo del debito perché c’è sfiducia».

Ecco il punto fondamentale che è strettamente connesso alla reputazione: è la fiducia dei mercati, degli investitori, dei partner internazionali che mette in moto quel preziosissimo circuito virtuoso che consente al nostro paese (è già avvenuto e quindi è assolutamente possibile) di finanziare il proprio debito sul mercato a tassi “normali”. Con ciò rendendo meno oneroso il pagamento degli interessi (che ora ammontano attorno ai 65 miliardi l’anno) e aprendo così la strada a una gestione della finanza pubblica che crei spazi agli investimenti e alla riduzione delle tasse.

Le scorciatoie (i minibot lo sono) rischiano di essere molto pericolose. Quindi cautela perché la fiducia è un bene primario e i segnali che giungono dai mercati non vanno sottovalutati, con lo spread di nuovo pericolosamente nei dintorni dei 300 punti base e con il rendimento dei titoli quinquennali greci collocati venerdì scorso per la prima volta dal marzo 2008 a tassi di interesse dell’1,7% contro l’1,82% dei quinquennali italiani.

Il che in sostanza vuol dire che il “rischio Italia” è percepito in questo momento come più alto di quello greco. Per questo motivo la proposta dei minibot non potrà avere (si spera) alcun futuro.

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