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Ministeri, la spending review non funziona: bocciatura Mef nella relazione legata al Pnrr

Sotto esame le prove di Giustizia e Salute: approccio «burocratico» e «formalistico»

di Gianni Trovati

(Comugnero Silvana - stock.adobe.com)

3' di lettura

La spending review non funziona. E il problema non è solo nella modestia degli obiettivi, ma soprattutto nei buchi di un procedimento amministrativo che porta a un rispetto solo formale dei target: quando ci riesce.

La bocciatura della Ragioneria

Il giudizio arriva direttamente dalla Ragioneria generale dello Stato, che ha messo sotto esame le procedure di spending review messe in atto dai ministeri della Salute e della Giustizia nel triennio 2018-20. Le 202 pagine del Rapporto appena pubblicato da Via XX Settembre, però, hanno un valore più generale. E gettano altri macigni sulle ricette di spending spesso agitate come bacchette magiche per risolvere i problemi di conti pubblici che faticano a quadrare.

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Il quadro normativo

Per capire i problemi che ostacolano una reale riqualificazione della spesa pubblica ministeriale val la pena tracciare il contesto in cui si colloca il rapporto.

Il quadro normativo è quello dettato dalla riforma del bilancio dello Stato disciplinata dalla legge 196 del 2009.

L’attuazione è arrivata con il decreto legislativo 90 del 2016. Ma l’attenzione è stata accresciuta solo dal Pnrr, che ha posto la relazione sulla spending tra gli obiettivi assegnati al ministero dell’Economia per il secondo semestre del 2022. La relazione è stata pubblicata il 30 dicembre, venerdì scorso.

Nella sua ricca analisi, il documento disegna i connotati di una spending review che, per come è stata condotta, non può certo essere invocata come leva per il risanamento del bilancio pubblico. L’obiettivo di risparmio è stato formalmente raggiunto con sole cinque eccezioni, che riguardano tre target puntuali del ministero della Salute e due di quello della Giustizia. Ma il punto non è quello.

«L’efficacia nel conseguimento dell'obiettivo di risparmio, soprattutto quando considerato globalmente a livello di ministero, non è indicativa dell’efficacia delle prassi rispetto all’obiettivo più ampio di revisione della spesa», sostiene la relazione del Mef. E le ragioni non sono complicate da trovare.

Non intaccato lo stock della spesa

Spesso l’esercizio di revisione della spesa è stato svolto «al margine», cioè ritoccando gli incrementi annuali senza mettere in discussione il problema vero, rappresentato dallo stock della spesa. Ma anche per arrampicarsi verso obiettivi così ridotti le prassi sono state inefficaci.

Il ministero della Giustizia, per esempio, ha programmato una riduzione delle spese per intercettazioni, ma non ha valutato le ricadute sui «potenziali rischi di ricorso» che poi si sono puntualmente verificati aumentando di conseguenza la spesa per la gestione dei procedimenti. Un altro dei tentativi di risparmio messi in campo da Via Arenula ha puntato alla produzione in house dell’abbigliamento per i detenuti: con il risultato che l’abbigliamento non è arrivato nei tempi previsti.

Al ministero della Salute si è invece spesso scelto di definanziare integralmente per un solo anno una serie di interventi, ma solo per il fatto che la stessa dotazione iniziale era insufficiente per realizzarli. Meglio azzerarla, quindi: con la conseguenza inevitabile però di doverla riportare ai livelli necessari per l’anno successivo, senza quindi alcun risparmio strutturale ma anzi spesso con un aumento progressivo delle uscite.

A emergere con chiarezza dall’analisi del Mef è dunque una serie di deficit sia in fase di programmazione, quando si tratta di individuare la spesa “superflua” da aggredire, sia nelle procedure di monitoraggio in corso d’opera e a consuntivo dei diversi interventi programmati. Deficit spesso figli di un approccio «formalistico» e «burocratico», spiega il Rapporto: con cui è complicato rimette ordine ai conti pubblici.

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