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Ministro, spoil system, extracosti, appalti, energia, Ponte: già dalle prime mosse sarà chiaro il futuro del Pnrr

Le questioni principali sul tavolo di Giorgia Meloni fin dal primo giorno

di Giorgio Santilli

Pnrr, Draghi: ormai tutto bandito, resta poco da rivedere...

5' di lettura

Già dalle prime mosse del nuovo governo capiremo la rotta futura del Pnrr che, come ha ricordato il presidente Mattarella, è un banco di prova decisivo del nostro rapporto con la Ue. Ecco le questioni principali sul tavolo di Giorgia Meloni fin dal primo giorno.

1 - LA GOVERNANCE

Commissario o ministro per guidare i tecnici (senza spoil system)
La governance del Pnrr, imposta da Mario Draghi con il Dl 77 del 2021, esclude le figure di comando delle task force tecniche dallo spoil system: la coordinatrice della Segreteria tecnica a Palazzo Chigi Chiara Goretti, il coordinatore dell’Unità per la regolazione Nicola Lupo, il direttore del Servizio centrale Pnrr del Mef Carmine Di Nuzzo e i direttori delle task force dei singoli ministeri restano in carica fino al 2026. Sono le punte avanzate della struttura che governa il Pnrr e ha contatti quotidiani con Bruxelles. La fiducia della Ue è totale in questi dirigenti che rispondono a domande e critiche, spiegano misure e strategie, concordano soluzioni. Se Meloni vorrà cambiare queste figure dovrà modificare la legge e convincere la Ue che è la scelta giusta. La discontinuità delle persone conterrebbe un messaggio di discontinuità più generale. La variante che si valuta è lasciare la struttura tecnica invariata, almeno nella prima fase del governo, e istituire una figura politica di coordinamento, commissario o ministro ad hoc, in raccordo strettissimo
alla premier.

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2 - LA RATA DA 21 MILIARDI

Sui target di dicembre nessun margine, ma l’eredità di Draghi aiuta
Sui 55 obiettivi che l’Italia deve raggiungere entro dicembre per incassare la rata da 21,8 miliardi i margini di discussione con la Ue sono zero. Draghi ne lascerà 29 già raggiunti, non è ancora chiaro se con il bollo formale Ue o, più probabilmente, con un accordo sostanziale. Per i 26 target restanti, l’unico problema politico è l’attuazione della legge di concorrenza 2021 (M1C2-8) che comprende «l’entrata in vigore di tutti gli strumenti attuativi anche di diritto derivato per l’attuazione e l’applicazione» della legge. Fra questi, i criteri di assegnazione delle concessioni balneari su cui Lega e Fdi si sono detti contrari ai principi di delega. Ma Draghi avrebbe spuntato a Bruxelles un’interpretazione del target che consenta di attuare a fine anno solo le norme espressamente richieste dalla Ue per la legge di concorrenza e non anche gli obiettivi «nazionali» (come i balneari) che sarebbero rinviate alla scadenza della delega (nello specifico febbraio). Un’opportunità, ma senza dimenticare che sui balneari abbiamo evitato per un soffio la procedura Ue.

3 - IN LEGGE DI BILANCIO

Fondi per gli extracosti fino a dicembre: nel 2023 è tutto da rifinanziare
Una delle misure che Mario Draghi ha rivendicato nella Relazione al Parlamento
approvata la scorsa settimana è il pronto intervento per far fronte ai maggiori costi generati sulle opere del Pnrr dai rincari delle materie prime e
dell’energia. Ha ragione, è stato fondamentale per non bloccare il Pnrr nel 2022 e per
affrontare i ritardi che pure, inevitabilmente, ci sono stati. Il problema è che il Dl 50 (articolo 26) - che ha stanziato 10,5 miliardi - considera il 2022 un anno straordinario, compresa la revisione dei prezzari di luglio che decade a fine anno. Dal 1° gennaio 2023 si ricomincia da capo: non ci sono né fondi né meccanismi di revisione dei prezzi. Sarà la legge di bilancio a dover stanziare risorse per le opere in corso e per le nuove gare se, nuovamente, non si vorranno bloccare le opere.

4 - IL PNRR DEL 2023

Accelerazione di gare e appalti. Niente sindrome del cantiere
Per quanto l’intervento sugli extracosti sia riuscito a contenere i danni ed evitare il deragliamento del Pnrr, resta l’affanno generato dalla situazione straordinaria
dei rincari.
Il ministro uscente Giovannini ha spiegato che da qui alla fine dell’anno si faranno 55 gare per rimettersi in pari con il cronoprogramma. Il rush finale è confermato da Rfi, la società del gruppo Fs guidata da Vera Fiorani, che è la prima stazione appaltante del Pnrr. Con un efficace lavoro di aggiornamento dei prezzari (per ben due volte nell’anno) e di adeguamento del quadro economico della ventina di opere da mandare in gara, si stanno recuperando praticamente tutti i ritardi, con una risposta impressionante. La fine dell’anno e l’inizio del prossimo diranno se siamo tornati nei tempi previsti. Ma tirare fuori la «sindrome del cantiere», secondo cui avremmo dovuto aprire cantieri non previsti dal Pnrr, andava bene come propaganda elettorale, ma ora non serve a nessuno.
Serve invece correre secondo i tempi previsti dal Piano e vigilati dalla Ue.

5 - VOGLIA DI NUOVE OPERE

Ponte sullo Stretto nel Piano complementare ma servono nuovi fondi
Il centrodestra compatto ha bombardato in campagna elettorale lamentando l’esclusione del Ponte sullo Stretto dagli attuali programmi infrastrutturali. È, di fatto, l’unica opera che divide: il resto è cornice, non sostanza. L’altro grosso nodo è il tracciato dell’Adriatica. Per capire quale sia il miglior progetto per lo Stretto, Giovannini ha prima istituito una commissione e poi affidato un incarico a Rfi: ne è emersa una preferenza per il ponte a tre campate. Il centrodestra, invece, vuole andare avanti con il progetto a una campata, per cui considera che il progetto del consorzio guidato da Salini sia ancora cantierabile e realizzabile. Il piano finanziario, però, è da rifare e servono fondi che non verranno dal Pnrr (la scadenza al 2026 li rende impossibili) ma potrebbero venire da una modifica/integrazione del Piano nazionale complementare da 30,5 miliardi oppure da nuovi fondi nazionali ed europei (coesione più Citef).

6 - DOPPIA PARTITA CON LA UE

Il capitolo energia con il Repower Eu e le proroghe per le opere
Saranno due le partite specifiche che Giorgia Meloni potrà giocare in Europa sul Pnrr. La prima l’ha già instradata e più volte richiamata Mario Draghi, che l’ha lasciata anche tra le sue eredità del Piano: potenziare il gracile Repower Eu fino a farne un vero e proprio capitolo (nuovo) del Pnrr. Molti nella squadra di Meloni sono scettici su questa via perché l’Italia ha già raggiunto il tetto dei finanziamenti. Ma il premier uscente è convinto che sia questa la strada più facile per rimescolare le carte e del Pnrr, crescere un po’ di risorse e modificare qualcosa che stenta a decollare per costruire una più robusta Missione energetica, riempita di investimenti di cui abbiamo gran bisogno. È la strada migliore perché l’energia è comunque una priorità e perché lo strumento del Repower c'è già, basta solo potenziarlo e correggerlo. Sempre meglio che cominciare da capo. La seconda partita è stata per ora accennata dal ministro Giovannini e dal commissario Gentiloni: la possibilità di ottenere proroghe per specifici progetti che - carte alla mano - si può dimostrare abbiano avuto cause oggettive di ritardo. Con gli extra costi la strada non dovrebbe essere proibitiva.

7 - LE RIFORME DA FARE

L’attenzione Ue è tutta su codice appalti e stazioni appaltanti
Le riforme da fare restano un faro per la Commissione Ue e anche l’obiettivo principale per cui il Recovery Plan italiano è stato fatto. Molte cose sono state fatte da Draghi, altre saranno portate a compimento a fine anno (giustizia). Le 106 pagine dell’assessment (positivo) sugli obiettivi di giugno 2022, chiariscono senza dubbi che oggi per la Ue la regina delle riforme è il codice degli appalti e il tema - connesso - della qualificazione/riduzione delle stazioni appaltanti. La posizione di Bruxelles è rigidissima e bisogna andare sulla strada già tracciata su tanti punti, a partire dal subappalto su cui abbiamo una procedura di infrazione aperta. Il 20 ottobre dovrebbe arrivare a Palazzo Chigi lo schema di codice appalti del Consiglio di Stato. Nelle prossime settimane partirà un confronto sul testo con le categorie interessate, ma soprattutto con Bruxelles. Non è un tema semplice per il centrodestra che ha spesso invocato l’azzeramento del codice. Parallelamente dovranno procedere le linee guida dell’Anac per ridurre le stazioni appaltanti. anche lì la Ue si aspetta risultati concreti.

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