candidato alla segreteria Pd

Minniti, l’ex Pci che ha strappato applausi anche a destra: «Non mi manda Renzi»

di Andrea Marini


A Roma l'assemblea Pd per congresso, assente Matteo Renzi

4' di lettura

«Io sono Marco Minniti penso di aver dimostrato in questi anni di aver una capacità di autonomia politica e una cosa che non si può dire è che io non abbia dimostrato carattere». Così Marco Minniti a “In Mezz’ora in più” ha risposto alla domanda se lui sia l’uomo di Renzi per la corsa alla leadership del Pd. Il nuovo candidato alla segretaria se la dovrà vedere con il presidente del Lazio Nicola Zingaretti, in campo ormai da mesi e che ha coagulato attorno a sé la sinistra del partito e big di peso come Paolo Gentiloni e Dario Franceschini.

Candidatura dal basso
L’obiettivo dell’ex ministro dell’Interno è presentare la sua come una candidatura dal basso (al suo fianco si sono schierati oltre 500 sindaci), per smarcarsi dal gioco delle correnti del Pd. Anche perché finora Minniti ha ricevuto, tra i big, il sostegno solo dell’ex ministro della Sviluppo economico Carlo Calenda. Gli stessi renziani sono divisi, e alcuni, come Graziano Delrio e Matteo Orfini, potrebbero sostenere il segretario uscente Maurizio Martina, anche lui in rampa di lancio per la candidatura. Matteo Renzi, pur da avversario di Zingaretti, si è tenuto lontano dalla contesa.

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Il rapporto con Renzi
Eppure, il rapporto di Minniti con l’ex sindaco di Firenze è solido. «Io sono contrario a fare un congresso ogni tre mesi, ma se così fosse io confermerei il sostegno a Matteo» disse a novembre 2017, alla Leopolda, il ministro dell’Interno uscente quando parte del Pd, in vista delle imminenti politiche, voleva mettere in discussione la leadership di Renzi. In quella kermesse dei renziani Minniti fu l’unico a poter intervenire da solo sul palco per un lungo intervento.

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La sconfitta nel collegio di Pesaro
Già deputato per tre legislature e senatore per una, alle politiche dello scorso marzo l’ex ministro dell’Interno è stato candidato nel collegio di Pesaro alla Camera per il centrosinistra, ottenendo però una sonora sconfitta: è arrivato terzo (27,7%) dietro il candidato del M5S (35%) e quello del centrodestra (31,5%). Ma l’elezione alla Camera è passata comunque nel collegio proporzionale della Campania 2-03. Già nel 1996 Minniti era stato sconfitto in un collegio uninominale, quello Reggio Calabria - Villa San Giovanni, dove era arrivato secondo (46,9%) dietro il candidato del centrodestra (48,6%).

La linea dura al Viminale
Dopo la sconfitta del referendum del 4 dicembre 2016 e le dimissioni di Renzi da premier, il nuovo presidente del Consiglio Gentiloni lo ha indicato come ministro dell’Interno. La crisi dei migranti è stata la prima emergenza che Minniti ha affrontato, recandosi in Libia (gennaio 2017) per frenare i flussi e stringere accordi con il presidente Al-Sarraj. Il 31 luglio è stato introdotto il codice di condotta per le Ong, che ha portato a Minniti critiche soprattutto da sinistra (il fondatore di Emergency Gino Strada lo definì uno «sbirro»).

Il calo dei flussi e i plausi a destra
Sta di fatto che durante Minniti al Viminale il crollo degli sbarchi è stato quasi dell’80%: gli arrivi erano stati 60mila nei primi cinque mesi del 2017 e sono scesi a poco più di 13mila nello stesso periodo del 2018. Tanto che Minniti ha ricevuto consensi anche a destra: «Ho molto rispetto per il coraggio e la determinazione di Minniti, che è venuto a confrontarsi con noi. Ha detto cose condivisibili ed è stato applaudito; altre meno e la platea ha rumoreggiato», disse Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, quando Minniti intervenne ad Atreju, la festa di FdI, a settembre 2017.

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La difesa dello Ius soli
Ma Minniti non ha mancato di schierarsi su temi caratteristici della sinistra, come lo Ius soli, la legge sulla cittadinanza per gli stranieri residenti: «È una questione di principio che va oltre la maggioranza di Governo», fu la sua posizione a ottobre 2017, quando il tema aveva infiammato la politica. L’ex Ministro dell’Interno ha infatti un solido legame con la sinistra, da quando iniziò a Reggio Calabria (dove nacque nel 1956) l’attività politica nella Federazione Giovanile Comunista Italiana (Fgci).

I governi dell’Ulivo e la rottura con D’Alema
Strettissimo è stato il legame di Minniti con Massimo D’Alema. Ma le posizioni si sono via via divaricate, ben prima che l’ex premier lasciasse il Pd («con D’Alema c’è una grandissima distanza politica», ha detto oggi Minniti»). Nel corso della XIII legislatura, nei governi D’Alema I e D’Alema II ebbe il mandato di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio; successivamente fu nominato sottosegretario alla Difesa nel secondo governo Amato. Nel 2006 fu nominato viceministro dell’Interno nel Governo Prodi II. Il 17 maggio 2013 venne nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri nel Governo Letta con delega ai Servizi segreti, incarico che gli fu confermato nel Governo Renzi il 28 febbraio 2014.

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