contraffazione ALIMENTARE

Mise-imprese, sì alle verifiche sul segno distintivo «Made in Italy»

di Laura Cavestri

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2' di lettura

Altro piccolo passo in avanti per il “segno distintivo” contro la contraffazione alimentare.

Ieri, il ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda, e il Sottosegretario Ivan Scalfarotto hanno presieduto, alla sede del Mise, una riunione con la partecipazione di Confindustria e delle principali associazioni del mondo produttivo sul tema della possibile istituzione di un segno distintivo per il Made in Italy sui mercati esteri.
L’obiettivo è consentire alle imprese che producono beni in Italia di poter apporre sulle proprie merci un contrassegno antifalsificazione contenente un segno descrittivo che assicuri al consumatore finale che il bene è originalmente ed effettivamente “Made in Italy”. Il fine è di aiutare la produzione nazionale industriale e agroalimentare a difendersi dal cosiddetto Italian sounding, cioè quei prodotti alimentari spacciati all’estero per italiani e che di “tricolore” non hanno nulla. Spesso sono prodotti negli stessi paesi in cui vengono venduti, con nomi italiani o confezioni che ricordano l’Italia per trarre in inganno il consumatore poco attento. Il nuovo contrassegno verrebbe applicato sulle esportazioni al di fuori dell’Unione Europea.
Una proposta che risale ad almeno il 2014, quando a lanciarla pubblicamente fu il ministro per le Politiche Agricole, Maurizio Martina.

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Dalla riunione è emerso un accordo di principio sull’utilità dell’iniziativa. E nelle prossime settimane il Mise, assieme alle associazioni produttive, verificherà condizioni e requisiti di fattibilità tecnica per le aziende, al termine dei quali sarà avviata operativamente la fase di sperimentazione.

Il segno distintivo non sarà comunque un obbligo. Ma sempre una facoltà. Non un marchio di prodotto, ma un segno che qualifica l’identità italiana all’interno di un mix di azioni di promozione e sostegno del “Made in Italy” all’estero. E qui il mondo produttivo agroalimentare si divide, tra chi (come Coldiretti) vorrebbe sia conferito al prodotto fatto anche con materie prime unicamente italiane e chi (come Federalimentare) da sempre ribadisce che essendo il nostro Paese carente di materie prime (l’industria italiana assorbe il 73% della produzione nazionale, il resto siamo costretti a importarlo) è la lavorazione, la trasformazionedella materia prima che garantisce la qualità e l’identità del “Made in Italy”. Dove sarà posta l’asticella del requisito è ancora tutto da decidere.

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