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Missili, droni e milizie: così l’Iran vuole vendicare la morte di Soleimani

I punti di forza di Teheran sono missili, droni, e agguerrite milizie alleate al di fuori dei confini nazionali

di Roberto Bongiorni

In migliaia in piazza a Teheran contro i “crimini” Usa

I punti di forza di Teheran sono missili, droni, e agguerrite milizie alleate al di fuori dei confini nazionali


4' di lettura

Tra i vertici del Pentagono qualcuno era arrivato a definirlo il personaggio più influente di tutto il Medio Oriente. Probabilmente esagerava, ma non andava molto lontano dal vero. Qassem Soleimani non era soltanto il comandante delle forze Quds, l’organizzata ed efficiente costola dei Guardiani della Rivoluzione deputata a pianificare ed eseguire tutte le operazioni oltre-confine.

L’esperto generale era visto dai suoi nemici come il direttore generale del caos in cui versa il Medio Oriente. Stati Uniti ed Israele non esitavano a chiamarlo terrorista. In Iran, però, era una figura leggendaria, probabilmente la più popolare (come indicava un recente sondaggio).
Era un generale più potente di un ministro, il solo a poter vantare un filo diretto con la guida spirituale della Repubblica islamica dell’Iran, il riservato ayatollah Ali Khamenei. Se avesse accettato di candidarsi alla presidenza della Repubblica, non avrebbe incontrato molti ostacoli sul suo cammino.

II fronte interno iraniano si ricompatta
Il blitz militare americano che ha ucciso a Baghdad Soleimani ha colto di sorpresa il mondo. Avviene peraltro in un periodo di grandi tensioni in tutto il Medio Oriente.
Ora tutti, o quasi, temono una pericolosa escalation. E si pongono la stessa domanda: quale sarà la reazione iraniana?
In attesa di conoscere la risposta al quesito, sul fronte interno la morte del popolare generale ricompatta l’opinione pubblica introno alla leadership, e al contempo offre un nuovo e formidabile pretesto agli ultra-conservatori, i falchi, per mettere ancor di più nell’angolo i moderati guidati dal presidente Hassan Rouhani.
Se mai si terranno (a questo punto non si può escludere nulla) già nelle prossime elezioni parlamentari iraniane, previste per il 21 febbraio, l’effetto Soleimani potrebbe giocare delle grandi sorprese sgradite all’Occidente.

L’arma più pericolosa in mano a Teheran
Prima di ipotizzare chi potrebbe esser vittima di una rappresaglia iraniana, è preferibile soffermarsi su quali sono i mezzi militari a disposizione di Teheran per portarla a termine.
Quasi 40 anni continuativi di sanzioni (e dieci di una disastrosa guerra con l’Iraq, dal 1980 al 1988) hanno impedito all’Iran di sviluppare un esercito moderno, con armi all’avanguardia. Le forze iraniane aeree, navali o terrestri, non sono certo all’altezza di quelle americane o israeliane. Il confronto è decisamente inferiore anche ai sauditi, soprattutto nell’aeronautica. Riad può infatti vantare moderni caccia F35.

Il sistema missilistico
I punti di forza di Teheran sono altri. Si chiamano missili, droni, e agguerrite milizie alleate al di fuori dei confini nazionali.
Negli ultimi anni l’Iran ha sviluppato un temibile sistema balistico di missili cruise. Si tratta di sistemi missilistici avanzati, di varia gittata, da 300 a 2mila km, in grado di colpire anche l’Europa meridionale.
Stesso discorso vale per i droni. Per quanto più piccoli e capaci di compiere distanze inferiori rispetto a quelli americani o israeliani, quelli di fabbricazione iraniana non sono molti lontani dalle tecnologie più all’avanguardia. Sarebbero proprio iraniani i droni utilizzati nell’attentato contro il più grande impianto della Saudi Aramco, lo scorso 14 settembre, che ha dimezzato la produzione petrolifera saudita.

L’influenza regionale
L’arma più pericolosa, tuttavia, è quella meno convenzionale. Teheran resta una potenza mediorientale la cui influenza si estende su diversi Paesi della regione in cui sono presenti comunità musulmane sciite compatte e fedeli alle direttive degli Ayatollah. Libano e Siria sono grandi alleati dell’Iran. Ma anche in Arabia quasi metà della popolazione è sciita, in Bahrein sciita è la maggioranza.
Anche in questi ultimi due Paesi Teheran può contare su cellule dormienti pronte a colpire.

Rappresaglia? Le opzioni in mano al regime iraniano
Dunque in diversi paesi strategici del Medio Oriente vi sono milizie filo-iraniane addestrate e pronte a rispondere agli ordini di Teheran, soprattutto in Siria, Iraq, Yemen e Libano.
Le opzioni a disposizione del regime iraniano sono numerose. Gli iraniani possono sferrare un attacco missilistico contro le postazioni americane in Iraq. Sono in grado di bloccare le acque dello Stretto di Hormuz, da cui transita il 30% del greggio trasportato via mare, utilizzando i loro agili sottomarini o le loro mine disseminate dappertutto. La presenza iraniana è talmente capillare in Libia, Iraq, Siria e Yemen da permettere di colpire, con un rapimento o perfino con un assassinio, diplomatici o figure occidentali di alto profilo.

Lo scenario più credibile è che Teheran ricorra alle fedeli milizie oltre-confine per colpire paesi alleati degli Stati Uniti. E quindi incarichi il movimento Hezbollah di procedere con un attacco missilistico contro Israele dal Libiano. O ordini agli Houti, ribelli sciiti dello Yemen in guerra con Riad, di sferrare un attacco con droni o missili contro l’Arabia Saudita.
Negli ultimi anni, grazie al sostegno finanziario e militare dell’Iran, l’arsenale degli Hezbollah è cresciuto in modo esponenziale. Secondo il Governo di Gerusalemme sarebbero 150 mila i razzi a loro disposizione, per quanto in buona parte rudimentali. Una nuova guerra tra Hezbollah e Israele sarebbe molto più devastante di quella combattuta nell’estate del 2006.

E se Teheran usasse l’arma della pazienza?
Paradossalmente, non può essere esclusa un’altra opzione. Ovvero che Teheran non faccia nulla nell’immediato per mantenere una sorta di impunità a fare in futuro ciò che non potrebbe fare oggi perché scatenerebbe condanne internazionali.
Gli iraniani hanno un concetto del tempo differente rispetto al mondo occidentale. Potrebbero rispondere quando e se lo riterranno opportuno. Quarant’anni di sanzioni e di isolamento internazionale hanno insegnato al regime degli Ayatollah a coltivare una virtù molto utile: la pazienza.

PER APPROFONDIRE:
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Escalation di violenza in Siria e Libano. Israele: «Sventato attacco iraniano»

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