sostenibilità

Misurare l’impatto ambientale è la sfida per la filiera

Marino Vago (Smi): «Siamo in grado di offrire prodotti sostenibili, ora dobbiamo renderlo evidente a tutti, consumatori compresi, per migliorarci ancora.

di Marta Casadei


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Tessuti a Milano Unica

3' di lettura

«Il nostro sistema ha iniziato ad affrontare i temi della sostenibilità più di 20 anni fa. Ora stiamo facendo un passo successivo: r endere evidente, con chiarezza, i dati della nostra filiera produttiva, per dimostrare che, al di là delle tante dichiarazioni d’intenti che si fanno oggi, siamo già in grado di offrire un prodotto sostenibile. La trasparenza è, innanzitutto, un dovere nei confronti del consumatore: è lui a dover scegliere cosa acquistare». È un approccio operativo quello di Marino Vago, presidente di Sistema moda italia, quando si parla di sostenibilità e aziende del tessile-moda. Che, appunto, stanno affrontando il tema da molto prima che diventasse un trend - e diventasse protagonista di grandi eventi mediatici come i Green Carpet Fashion Awards - che oggi sono già in grado di mettere nero su bianco l’impatto della loro produzione sull’ambiente.

Le aziende, per misurare il proprio impatto ambientale, possono utilizzare metodologie di analisi come Pef (product environmental footprint) e Oef (organization environmental footprint) - raccomandate dall’Unione europea (2013/179/EU) - che possono essere adottate dalle imprese su base volontaria. Pef e Oef, in particolare, tramite l’analisi di 16 indicatori ambientali, offrono una fotografia aggiornata dell’impatto che i processi e i prodotti dell’azienda, lungo tutto il loro ciclo di vita (e quindi dalle materie prime al fine vita), hanno sull’ambiente. E costituiscono anche un punto di partenza per il miglioramento delle performance.

A confermarlo sono i vertici delle aziende che hanno deciso di applicare questi sistemi e di calcolare il loro impatto sull’ambiente. «Il Pef è un coming out - ha spiegato Claudio Maren z i, ceo di Herno,durante il convegno “Viaggio verso la sostenibilità della filiera” organizzato da Smi - uno strumento che certifica lo status quo e sulla base del quale partire per migliorare». Marenzi ha sottolineato il proprio impegno di lunga data: « Abbiamo cominciato a interessarci all’impatto ambientale anni fa - spiega - e soprattutto per una questione “egoistica”: l’azienda sorge sul Lago Maggiore, uno dei luoghi più belli al mondo e ci tengo che sia tutelato e non venga inquinato». Lo spunto, quindi, è arrivato dal territorio, ma i passi avanti fatti sono andati oltre: «Herno è a impatto zero dal 2010 - continua - e nel 2015 abbiamo lanciato una collezione “Made green in Italy” con Radici group ed Eurojersey. La trasformazione dei processi produttivi per ridurre l’impatto ambientale non porta miglioramenti al conto economico, ma è un valore», chiosa Marenzi (che da anni si batte per la sostenibilità anche sul piano istituzionale come presidente di Confindustria Moda).

Anche Ercole Botto Poala, ceo di Successori Reda e presidente di Milano Unica, sottolinea come l’attenzione all’ambiente non porti (ancora) ricavi («I primi segnali positivi dal mercato sono arrivati quest’anno», dice), ma sia fondamentale per un’azienda del tessile-moda. Anche Reda - che produce tessuti lanieri di fascia alta - ha cominciato a occuparsi di queste tematiche anni fa: «Siamo partiti con ottime intenzioni, ma abbiamo fatto una serie di errori - ammette - che ci hanno aiutato a imboccare la strada giusta. Per esempio, abbiamo cominciato a studiare come sostituire i coloranti chimici con quelli naturali: solo dopo aver individuato questi “sostituti” ci siamo resi conto che, per utilizzarli nelle nostre produzioni, avremmo avuto un impatto devastante sulla natura e sull’agricoltura».

Da lì in poi, il lavoro di Reda - che ha raccolto dati anche nei suoi allevamenti in nuova Zelanda e li ha forniti agli allevatori locali per innescare un circuito virtuoso - si è concentrato sull’impatto ambientale, complice l’ottenimento delle certificazioni Lca ed Epd: «Misurarlo è fondamentale. Oggi io so che nella mia azienda per produrre un metro quadrato di tessuto per abiti si utilizzano 1.720 litri d’acqua e si producono 13 kg di anidride carbonica. Vorrei che questo fosse un punto di partenza e, insieme, un terreno di concorrenza: se altre aziende certificassero un impatto inferiore saremmo spronati sempre di più a migliorare».

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