Mercato del lavoro

Misure e politiche attive per scoraggiare la delocalizzazione

di Oronzo Mazzotta

(Adobe Stock)

3' di lettura

«È la globalizzazione, bellezza» verrebbe da dire commentando i recenti casi di delocalizzazione di imprese, che hanno colpito così duramente molti lavoratori e le loro famiglie (GKN, Timken, Gianetti, Whirlpool ed altre). Una volta caduti i vincoli giuridico-economici territoriali, le imprese si muovono liberamente sullo scacchiere internazionale guidate dal solo lume della massimizzazione dei profitti. Accade così che anche iniziative economiche largamente attive e quindi in assenza di ogni sia pur lontano segno di crisi, abbandonino il nostro Paese e si spostino verso aree che promettono maggiori benefici in termini di costo del lavoro o di natura fiscale. È un effetto della liberalizzazione dell’economia che implica che lo stato-nazione si trovi nell’impossibilità di controllare un mercato del lavoro ormai globalizzato e di elaborare processi regolativi uniformi. Lo Stato è in sostanza deprivato di una buona fetta della sua sovranità.

E anche l’Unione europea ci mette del suo, perché, almeno nel disegno originario, essa nasce dalla necessità di limitare la concorrenza fra le economie, anche se, come sappiamo, l’Unione si è aperta da tempo ad obiettivi sociali, così consentendo, in qualche modo, che i diritti sociali fondamentali possano rompere il nesso che li legava alla sovranità. Il tutto ovviamente in una prospettiva di bilanciamento con i principi che regolano la concorrenza. Non a caso gli stessi aiuti di Stato sono sottoposti agli occhiuti controlli dell’Unione, se pure, in tempi recenti, anche in forza di prese di posizione della giurisprudenza europea, si è cercato di meglio preservare gli spazi di competenza nazionale, evi-tando che la relativa disciplina potesse divenire uno strumento di controllo delle politiche sociali nazionali.

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Il diritto (del lavoro) si trova così a dover operare su un sentiero molto stretto, al cospetto del cardine ineludibile della libertà d’impresa (art. 41 Cost.), che rende impraticabili o scarsamente effettive misure di carattere coercitivo. Un giudizio che va esteso alle tecniche riconducibili alla cosiddetta “responsabilità sociale dell’impresa”, che affidano in sostanza alla buona volontà di quest’ultima l’attuazione di misure di protezione del fattore-lavoro. Un tentativo di frenare i fenomeni di delocalizzazione è stato operato, all’epoca del primo governo Conte, con il decreto dignità (legge n. 96 del 2018), che, oltre a limitare l’impiego del lavoro a termine, ha previsto l’introduzione di sanzioni economiche nei confronti delle imprese che delocalizzano nonostante abbiano goduto di aiuti di Stato a fronte di investimenti produttivi. In queste situazioni si prevede, oltre alla perdita del beneficio, altresì l’applicazione di una sanzione amministrativa in misura da 2 a 4 volte l’importo dell’aiuto fruito. È evidente che la tecnica messa in campo mira a precostituire un deterrente di natura economica, rispetto al quale l’impresa che intende delocalizzare dovrà fare una valutazione di costi-benefici rispetto alla scelta di trasferirsi altrove.

L’intervento che prefigura l’attuale governo sembra di respiro più ampio. A quanto si apprende la nuova legge anti-delocalizzazioni, su cui è impegnato il Ministero del lavoro e che potrebbe essere approvata già a settembre, riprende parzialmente una disciplina francese, la c.d. “legge Florange”, la cui effettività è stata però ridimensionata dal Consiglio costituzionale d’oltralpe (relativamente alla misura delle sanzioni previste in caso di mancata attivazione nella ricerca di un acquirente). La proposta legislativa nostrana si basa anzitutto su una tecnica procedurale, analoga a quella utilizzata per le riduzioni di personale, con il coinvolgimento della pubblica amministrazione e delle parti sociali. L’impresa dovrebbe poi redigere un “Piano di reindu-strializzazione”, con l’indicazione delle potenzialità del sito produttivo e delle eventuali necessità di riqualificazioni. La procedura coinvolgerebbe inoltre l’impiego di un “advisor” (sic!), con l’incarico di verificare l’esistenza di soluzioni alternative alla delocalizzazione, a partire dalla ricerca di nuovi investitori interessati. Il mancato rispetto della procedura imporrebbe l’utilizzo forzoso degli ammortizzatori sociali. Verrebbero infine confermate le previsioni del decreto dignità relative alla restituzione degli eventuali aiuti pubblici ricevuti ed alle (pesanti) sanzioni conse-guenti (fino al due per cento dei ricavi).

Vedremo cosa ci prospetterà il futuro. Al momento il minimo che si può dire è che i gravi problemi sociali che sono conseguenza dei fenomeni di delocalizzazione potrebbero essere quanto meno sdrammatizzati (anche se non del tutto azzerati) in presenza di un sistema oliato e lubrificato di politiche attive del lavoro.

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