parigi, giorno 8

Miu Miu, Chanel e Louis Vuitton chiudono le sfilate parigine

I tetti di Parigi sono un luogo mitologico: avamposto di avvistamenti poetici, di fughe dalla realtà o amori clandestini. In quanto tali, sono un pezzo del paesaggio cittadino che da sempre ispira il mondo della moda. L'infinita maratona parigina si chiude da Chanel proprio con una passeggiata sui tetti, in quello che a tutti gli effetti è il debutto nel prêt-à-porter di Virginie Viard, successore di Karl Lagerfeld

di Angelo Flaccavento


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3' di lettura

I tetti di Parigi sono un luogo mitologico: avamposto di avvistamenti poetici, di fughe dalla realtà o amori clandestini. In quanto tali, sono un pezzo del paesaggio cittadino che da sempre ispira il mondo della moda.

L'infinita maratona parigina si chiude da Chanel proprio con una passeggiata sui tetti, in quello che a tutti gli effetti è il debutto nel prêt-à-porter di Virginie Viard, successore di Karl Lagerfeld. La messa in scena è nel segno della continuità, o quasi: è grandiosa e iperrealista, ma non sfarzosa e solenne come un tempo. Notazione di cornice, ma non secondaria, perché l'idea di ricorrere agli espedienti del passato inevitabilmente porta al confronto. Anche perchè quando si passa ai vestiti, la visione della Viard segna uno scarto, un nuovo avvio: meno sognante, più concreto, decisamente più giovane, nulla affatto espressionista.

Chanel, sfumature di rosa sui tetti di Parigi

Chanel, sfumature di rosa sui tetti di Parigi

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Come dire, da Murnau alla Nouvelle Vague, o giù di lì. Le parigine chanellate in fuga sui tetti indossano tute a pagliaccetto, gonnine a paralume, cardigan oversize, giacchine e abitini che dal teatrino montato nel Grand Palais potrebbero andare per strada, senza cambio. Mancano gli accessori forti, e questo è un problema che andrà presto risolto. L'assenza della componente fantastica che per alcuni è una perdita di aura, invece, parla di una concretezza femminile che è tutta di oggi, e che in qualche modo si afferma da sola perchè il fascino vero è nel marchio, in quella doppia C che ormai è parte dell'immaginario collettivo.

Da Miu Miu, Miuccia Prada sottrae per concentrare tutta l'attenzione sui vestiti. «Ho lavorato sul meno, ma non in senso ideologico come ho fatto con Prada a Milano - racconta - Questo è un meno spontaneo, uno studio sul come decorarsi con le cose. Sono partita da forme severe, che poi sono state guarnite in modo molto naif in una collezione cruda e diretta».

Guarnite, come una torta, e cruda, come la carne: l'ottima prova si muove nello spazio di una aggettivazione culinaria sospesa tra spumeggiare frivolo e azzerare brutale. Come tipico della signora, oggetto dell'attacco sono le forme di un guardaroba perbene: il corredo completo di una fanciulla che va in collegio, dalla camicia da notte all'uniforme, dal golfino di shetland al cappottino. Su questa base si moltiplicano i volant, applicati come a caso, insieme ai bottoni spaiati, mentre i drappeggi da dea sembrano fatti alla bell’e meglio e i fiori e le chiazze sono dipinti a mano, spontaneamente. Il gioco alto/basso, spoglio/decorato riesce e convince, non ultimo perché protagonista è la moda, ovvero il prodotto.

Louis Vuitton tra Belle Epoque e anni Settanta

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Da Lacoste, invece, la moda è troppa, e un po' forzata visto il contesto. Ormai alla seconda sfilata, il direttore creativo Louise Trotter sbilancia dalla parte del fashion l'equilibrio moda/sport che è nel dna del brand - Renè Lacoste era un tennista, e un elegantone - puntando su colorini pittorici, volumi over, accessori gucceschi - i mocassini stampati. L'idea è interessante, ma la realizzazione convince poco.

La maratona modaiola si conclude con una carpiatura spaziotemporale da Louis Vuitton, dove Nicolas Ghesquiere sutura l'entusiasmo per il futuro della Belle Epoque con l'ottimismo sperimentale degli anni Sessanta e Settanta, mettendoci in mezzo anche snobismo, dandysmo e Sarah Bernhardt. Elementi disparati, amalgamati con piglio sicuro in un caleidoscopio indubbiamente nostalgico ma proiettato in avanti. Nostalgia del futuro e celebrazione a tutto tondo dell'eleganza francese.

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