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Moby chiede alle banche creditrici la moratoria su debito e covenant

Il gruppo è esposto per 170 milioni verso il mondo bancario e per 300 verso i bondholder

di Carlo Festa


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(ANSA)

3' di lettura

Nuovo capitolo nel piano di rilancio di Moby, leader italiano dei traghetti sotto pressione per i debiti contratti con banche e bondholder. La società della famiglia Onorato ha infatti presentato alle banche creditrici una richiesta di standstill, cioè di moratoria su interessi e sul calcolo dei covenant, fino al 31 gennaio prossimo. La mossa potrebbe essere vista come preludio a un processo di ristrutturazione dei debiti

Il tutto sotto la protezione de Tribunale con l’applicazione dell’articolo 182 bis della legge fallimentare.

Dato mandato a Pwc
Un mandato, proprio per redigere un piano di ristrutturazione, sarebbe stato affidato all’advisor Pwc che si affianca all’advisor legale della famiglia Onorato, cioè lo studio Gianni Origoni Grippo Cappelli: una volta che la richiesta verrà integrata con i numeri del piano e le considerazioni finanziarie, sarà compito delle banche creditrici - esposte per circa 170 milioni di euro - decidere se concedere (o meno) la moratoria. La richiesta, secondo il servizio di intelligence Reorg, sarebbe stata inviata negli scorsi giorni.

Il pressing degli hedge fund
Il piano di ristrutturazione di Moby è salito agli onori della cronaca, con grande enfasi, dopo l’iniziativa dei fondi obbligazionisti (in gran parte hedge fund che hanno comprato l’obbligazione sul mercato secondario) che hanno presentato al Tribunale di Milano la richiesta di istanza di fallimento per preservare i loro crediti futuri: il bond da 300 milioni di euro scade infatti nel 2023. L’iniziativa era nata dopo che Moby e la famiglia Onorato avevano deciso di cedere due navi (la Wonder e la Aki ) per fare cassa.
Una vendita di Aki e Wonder avrebbe consentito al gruppo di migliorare i propri covenant e di avere 50 milioni per rimborsare parte del credito delle banche nel febbraio 2020.
Gli hedge, assistiti dallo studio Dla Piper e da Houlihan Lokey, hanno perso in Tribunale, ma hanno alzato il velo sui possibili problemi futuri del gruppo: tanto che lo stesso giudice del Tribunale di Milano, il presidente Alida Paluchowski, ha chiesto un intervento dei vertici societari per trovare una soluzione alla possibile crisi finanziaria prospettica.

Contrasti con i creditori
Il richiamo del giudice ha spinto lo stesso collegio sindacale, due settimane fa, a chiedere un intervento di ristrutturazione durante un consiglio di amministrazione di Moby. Ne è nato, nell’ultimo mese, un vivace contraddittorio tra la stessa Moby e i suoi creditori. I contrasti più evidenti sono stati con il mondo bancario (affiancato dallo studio Gattai Minoli Agostinelli) e in particolare con Unicredit come banca agente, rea secondo Moby di aver fatto saltare la trattativa di vendita dei due traghetti Wonder e Aki al gruppo danese Dfds per non aver liberato le ipoteche sulle navi cedute. L’operazione avrebbe infatti migliorato i «covenant» del gruppo. Ma la banca di piazza Gae Aulenti aveva respinto «con forza» le accuse citando a sostegno della propria tesi la necessità, prima di liberare le ipoteche, di avere a disposizione le perizie di esperti terzi sulla congruità del prezzo delle navi oggetto delle richieste, soprattutto in una «situazione di crisi evidente» come quella di Moby, che ha spinto i bondholder a rivolgersi al Tribunale. È invece della scorsa settimana il botta e risposta tra la stessa Moby e gli hedge fund obbligazionisti, che si sono detti disponibili a supportare un piano di rilancio del gruppo, anche con nuova finanza.

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