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Moda circolare, app e boutique mettono le ali all'usato di lusso

di Marta Casadei


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3' di lettura

Prezzo più basso rispetto a quello del capo fresco di magazzino; appeal vintage; atteggiamento più responsabile verso l’ambiente e la società, soffocata dai consumi eccessivi e (anche) dall’inquinamento collegato alle sovrapproduzioni. Sono molte le ragioni che hanno contribuito al boom del mercato della moda “di seconda mano”.

Un boom internazionale

Un mercato che è difficile quantificare a livello globale, almeno per ora. Ma che in alcune aree cresce 24 volte di più rispetto al retail classico. È il caso degli Stati Uniti dove le vendite di capi e accessori usati nel 2017 si sono attestate sui 20 miliardi di dollari, pari al 49% del mercato dell’usato, e, secondo le stime della piattaforma di vendita Threadup, dovrebbero toccare i 41 miliardi di dollari.

Non esistono numeri specifici relativi al mercato italiano, ma il report 2017 «The second hand effect» della piattaforma Subito.it aiuta a scattare una fotografia del mercato nazionale dell’usato: nel 2017, per esempio, quasi un italiano su due (48%) ha acquistato un prodotto di seconda mano. L’abbigliamento gioca un ruolo chiave: nella categoria «beni destinati alla casa e alla persona» che ha un volume d'affari di 6,2 miliardi di euro (di cui 2,6 miliardi realizzati online), i capi d'abbigliamento sono al secondo posto tra le cose comprate sia online sia offline.

Una scelta non solo economica

    La spinta all’acquisto di seconda mano arriva anche dalla trasformazione della società, ed è psicologica: comprare capi usati non è più considerata una pratica riservata ai meno abbienti, ma una precisa scelta di vita e di stile. A dirlo sono anche i numeri: il «Resale report 2018» di Threadup stima che il 13% di chi acquista capi o accessori second hand rientra nella fascia più ricca dei consumatori. Di fatto, girare (off oppure online) a caccia di pezzi con cui rimpolpare il proprio guardaroba senza sentirsi in colpa (nei confronti dell’ambiente o del conto in banca) è diventato cool.

    Le boutique circolari

    Ad aumentare l’appeal dell’acquisto di seconda mano, in concreto, sono stati due fattori: la comparsa di piattaforme di vendita online e di boutique fisiche dai dettagli curati, nel design come nella selezione. Per allontanare lo spettro dei cestistracolmi di capi spiegazzati in cui si affondano le braccia nei mercatini delle pulci. Che piacciono, ma non tutti.

    «Ho aperto il primo negozio nel 2013 - racconta Hilary Belle Walker, titolare delle tre boutique Bivio di MIlano, 2 milioni di ricavi attesi a fine anno - perché non potevo concepire l’assenza di un negozio second hand giovane e sexy, con pezzi non per forza vintage». Da Bivio - che ha due negozi dedicati al womenswear e uno all’uomo - si può vendere (con un “compenso” pari al 50% del prezzo di vendita in buono acquisto da spendere in negozio oppure al 30% in contanti) e comprare, con il cartellino medio a 40 euro, all’insegna della circolarità. «Il lato sostenibile dello shopping di seconda mano per me è fondamentale - spiega Hilary -, ma nel mio business model conta molto il contenuto moda: il nostro buying è attento e ragionato».

    L’economia circolare e la passione per la moda sono gli ingredienti chiave della ricetta de Il Girotondo, insegna storica a Milano: «L’ho aperto in un box, nel 1997 - spiega la titolare Renata Monfrini -, avendo tutti contro». Oggi i negozi (per donna e bambino) sono due: «Uno è dedicato ai pezzi di lusso e funziona molto bene anche con i clienti stranieri: ho clienti che arrivano apposta da Londra». Il Girotondo - che ai venditori corrisponde il 50% del prezzo, al netto dell’Iva - ha anche un’interfaccia digitale: «Un sito e una app tramite le quali è possibile acquistare».

    App e piattaforme

    Il second hand fiorisce soprattutto online, con app e piattaforme da tutto il mondo. Particolare fortuna ha avuto Depop, una sorta di social network di vendita creato nel 2011 da Simon Beckerman all’interno di H-Farm che conta 8 milioni di utenti e nel 2017 ha registrato transazioni per un controvalore complessivo di 230milioni di dollari. Anche grazie alle “star” che vendono i propri capi online, tra cui Bianca Balti e Chiara Ferragni.

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