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Moda «insostenibile»: cosa deve cambiare dai materiali ai modelli di business

L’industria del fashion ogni anno contribuisce alle emissioni di gas serra più di voli aerei e trasporti navali messi insieme

di Marta Casadei

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(alexandre zveiger - stock.adobe.com)

L’industria del fashion ogni anno contribuisce alle emissioni di gas serra più di voli aerei e trasporti navali messi insieme


5' di lettura

Mentre Greta Thunberg, dal World Economic Forum di Davos, ha apostrofato i grandi della terra dicendo che «tutti parlano di climate change, nessuno fa nulla», il sistema moda continua a riflettere sul proprio impatto ambientale. Un impatto che continuerà ad aumentare, comportando non solo danni all’ambiente, ma anche svantaggi economici per le aziende.

A sottolinearlo è, da ultimo, il report «Global fashion: green is the new black» di Barclays: la moda, si legge nelle pagine dell’indagine, ha un modello di business «non sostenibile» e continuerà a crescere sia in termini di business - secondo le stime di Bcg e Global fashion agenda toccherà i 3,3 trilioni di dollari entro il 2030, con una crescita annua del 5 per cento - sia di impatto negativo sull’ambiente. Sempre entro il 2030 (ma rispetto al 2015): sono attesi aumenti significativi nel consumo di acqua (+50%), emissioni (+63%), tonnellate di rifiuti creati (+52%). Entro il 2050, secondo la Ellen MacArthur Foundation, l’industria della moda c onsumerà il 25% del carbon budget mondiale.

L’impatto è già notevole: la produzione di capi di abbigliamento e di scarpe oggi assorbe l’8% delle emissioni di gas serra a livello mondiale, una “fetta” - pari a 1,2 miliardi di tonnellate di emissioni - superiore a quella prodotta dall’insieme dei voli aerei internazionali e dai collegamenti navali commerciali. L’industria della moda, oltretutto, ogni anno produce 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica: un impatto più o meno come quello dell’ intera Europa.

Produzioni non sostenibili e consumi in crescita

Il “costo” ambientale del guardaroba è molto elevato soprattutto sul fronte della produzione e della lavorazione: per produrre una t-shirt di cotone - solo per fare un esempio - si impiega una quantità d’acqua (2.700 litri) che una persona arriverebbe a bere in due anni e mezzo.

La situazione assume tinte più fosche se si inquadrano queste informazioni sull’impatto ambientale nel contesto attuale e nel prossimo futuro. Tra il 2015 e il 2030 (quando la popolazione sulla terra toccherà quota 8,5 miliardi) i consumi di abbigliamento (in tonnellate) dovrebbero registrare una salita n0tevole: +63%, una cifra che corrisponde a oltre 500 miliardi di t-shirt in più. Già tra il 2000 e il 2015 i consumatori hanno aumentato considerevolmente i loro acquisti: nel 2015, infatti, compravano il 60% dei prodotti in più all'anno rispetto al 2000. Prodotti che sono stati usati molto meno: il numero delle volte che un capo è stato utilizzato è diminuito drasticamente (-50%). Colpa anche del nuovo modello di business fast fashion (quello delle grandi catene come Zara, Mango, H&M e molte altre) che fa leva su input sempre nuovi, produzioni velocissime e prezzi bassi. Tra il 2000 e il 2011, periodo in cui il fast fashion ha registrato un vero e proprio boom a livello globale, andando anche a impattare sulle logiche commerciali dei brand di fascia premium e alta, il numero delle collezioni di abbigliamento è più che raddoppiato.

I vantaggi economici potenziali

Il cambio di rotta, più che necessario se si guarda al futuro dell’ambiente, porta con sé una serie di vantaggi economici per le aziende. Anche per il solo fatto di scongiurare una perdita di redditività. Secondo il report di Barclays, infatti, se le cose continuassero ad andare in questo modo le aziende del fashion si troverebbero a registrare un calo di tre punti percentuali nel margine Ebit per scarsità di risorse e costo del lavoro in aumento per un totale di 52 miliardi di dollari di perdita di profittabilità nell’intero sistema moda internazionale. Non è tutto: sempre secondo la Ellen MacArthur Foundation, ogni anno la moda perde 500 miliardi di dollari per i capi che vengono indossati il minimo indispensabile e buttati, prodotti in eccesso, invenduti e gli stock.

Il guadagno potenziale dalla “riconversione” c’è ed è quantificabile: 32 miliardi di dollari dal risparmio di consumi d’acqua, 67 miliardi in emissioni energetiche, 7 miliardi derivati dal minor impiego di prodotti chimici, 4 miliardi ricavati dalla minore creazione di scarti. Nel complesso, dunque, 1 10 miliardi di euro di valore potenziale se l’industria evita di aumentare il proprio impatto più del 50% entro il 2019.

Il gap tra intenzioni e realtà

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla diffusione delle tematiche di sostenibilità ambientale e sociale nell’industria della moda. Anche grazie alla spinta dei consumatori. Eppure, ad oggi, continua ad esistere un gap tra intenzioni, obiettivi e realtà. I consumatori, per esempio, hanno aumentato drasticamente le ricerche a tema sostenibilità (+66%), ma quando si tratta di fare acquisti scelgono ancora in base ad altri elementi (tra cui il prezzo). Dall’altro lato le aziende affermano di avere più di un target relativo alla sostenibilità (66% in media nel 2018 - con un picco del 69% in Europa, dove però 13 aziende su 100 non hanno nemmeno un obiettivo in questo ambito), ma hanno ancora nodi da sciogliere sui temi design, produzione e anche fine del ciclo di vita dei prodotti. Basta pensare che oggi il poliestere, economico e resistente, è la fibra più utilizzata (65%) nella produzione di capi di abbigliamento. Il suo impatto è altissimo: essendo un derivato del petrolio, una t-shirt realizzata in poliestere ha un impatto doppio rispetto a quello di una in cotone.

Secondo il report di Barclays, le aziende dovranno concentrarsi sullo sviluppo di nuovi materiali a basso impatto che possano portare un vero cambiamento nell’industria e lavorare sulla scalabilità sia dei materiali sia delle tecnologie. Tra le quali spiccano quelle per la riduzione degli sprechi, sia durante la produzione sia dopo l’utilizzo ( si stima che l’80% dei capi, una volta dismessi, finisca in discarica o nell’inceneritore), facendo leva su meccanismi circolari che includono le piattaforme di second hand.

Le aziende nella fotografia dello status quo

L’istituto britannico fornisce una fotografia interessante di 10 player europei del settore moda (Asos, Boohoo, H&M; Inditex, Kering, Lvmh, M&S, Next, Primark e Zalando), analizzando il loro impegno sia sul fronte dell’adesione a un totale di 17 tra progetti come Better Cotton Initiative, ad alleanze come il Fashion Pact voluto da Emmanuel Macron e diventato realtà sotto l’ala di François-Henri Pinault, presidente e ceo di Kering, nel 2019. Ma anche ai benchmark di KnowtheChain che valuta l’ atteggiamento delle aziende (ad oggi 180 nel mondo, in vari settori) sul fronte dei lavoratori nella loro catena di fornitori e si basa su principi guida delle Nazioni Unite su business e diritti umani. Il quadro premia i due colossi del fast fashion H&M e Inditex (Zara) che aderiscono rispettivamente a 15 e 16 progetti, mentre mettono in luce i percorsi ancora in salita di Boohoo (che non aderisce ad alcun progetto) e Next.

Kering e Lvmh figurano come “parzialmente coinvolti” nei progetti presi in esame: dieci per il gruppo di Gucci e Bottega Veneta (che non ha aderito a Better Cotton Initiative e all’accordo sulla sicurezza antincendio per le imprese del Bangladesh, “The Bangladesh accord”, istituito dopo la tragedia di Rana Plaza) e sei per il colosso di Arnault (che non ha aderito, tra gli altri, all’accordo “Gfa 2020 circular fashion system”, siglato al Global fashion summit di Copenhagen, e risponde a solo il 14% dei benchmark KnowtheChain).

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