Pitti Bimbo

Moda junior, il 2019 vale un fatturato da 3 miliardi

La fiera di settore leader in Europa fino al 18 gennaio porta a Firenze le novità per i più piccoli. Sulle aziende specializzate pesa il drastico calo dei multimarca, rallenta anche l’online. Ma l’export cresce

di Silvia Pieraccini

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Alla Fortezza da Basso. Il volto giocoso della moda bimbo nel backstage del progetto creativo “KidzFizz Color Carpet” durante la scorsa edizione invernale di Pitti Bimbo a Firenze

La fiera di settore leader in Europa fino al 18 gennaio porta a Firenze le novità per i più piccoli. Sulle aziende specializzate pesa il drastico calo dei multimarca, rallenta anche l’online. Ma l’export cresce


3' di lettura

Da una parte ci sono i marchi di moda per adulti che ormai sono entrati in massa nel segmento junior e, spinti dalla potenza di fuoco distributiva dei grandi brand, stanno aumentando vendite ed export. Dall’altra parte ci sono le grandi catene come Zara (gruppo Inditex) e H&M e, per stare a casa nostra, Ovs e Original Marines, che attraggono consumatori con prezzi accessibili e stile contemporaneo.

In mezzo a questi due blocchi restano le aziende specializzate da sempre nella moda junior, che in Italia sono sempre meno, vedono ridursi ogni anno i tradizionali canali distributivi (i negozi indipendenti), soffrono il (persistente) calo dei consumi sul mercato interno e provano a farsi largo all’estero, unico traino del settore così come – del resto – della moda da “grandi”.

«Siamo le aziende “orfane” dell’adulto, che non hanno una filiazione», spiega Giovanni Basagni, patron dell’aretina Miniconf (marchi Sarabanda, iDo e Dodipetto) che mantiene la leadership italiana con 67 milioni di fatturato 2019, per il 15% riconducibile all’export. «Dobbiamo trovare un nostro modello di rappresentazione per non soccombere – aggiunge Basagni –. Non è facile, perché non è cambiata solo la struttura distributiva, è cambiato anche il modello di fornitura».

Pitti Bimbo, a Firenze le novità per la moda junior

Pitti Bimbo, a Firenze le novità per la moda junior

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È in questo scenario che gran parte delle aziende specializzate nella moda junior – fino a sabato 18 gennaio riunite a Firenze per presentare le collezioni autunno-inverno 2020-2021 alla fiera Pitti Bimbo (553 marchi di cui 356 stranieri) – parlano di settore in crisi e di difficoltà crescenti. Eppure i dati dell’industria italiana della moda junior stimati da Confindustria Moda, e diffusi proprio in occasione del Pitti Bimbo, indicano un fatturato 2019 in crescita del 3,5% che, per la prima volta, ha superato i 3 miliardi grazie al traino dell’export: +6,1% le vendite all’estero (a 1,27 miliardi) il cui peso è salito nell’ultimo anno dal 40,1 al 41,2 per cento.

Blauer Junior

L’import però cresce più velocemente (-7,4%) e il saldo commerciale peggiora e risulta negativo per 850 milioni. Sul fronte distributivo, in Italia il canale dei negozi indipendenti perde un altro 4,4%, a vantaggio di outlet (+155%) e ambulanti (+17%), mentre cala l’online (-7,9%). Oggi il dettaglio indipendente vale l’11% del mercato, a fronte di quasi il 50% assorbito dalle catene. L’online è al 4,3 per cento.

È così che anche un’azienda storica e di fascia alta come l’aretina Monnalisa, l’unica della moda junior quotata (sul mercato Aim di Borsa italiana), che ha puntato da sempre sul marchio proprio ed esporta il 70%, deve tirare il fiato: «In diciassette anni di lavoro nel settore bimbo una situazione così complessa non l’avevo mai vista – spiega l’amministratore delegato Christian Simoni – la distribuzione wholesale è moribonda e tante aree del mondo, da Hong Kong alla Russia agli Emirati Arabi, sono in grande difficoltà». Per fortuna Monnalisa negli ultimi quattro anni ha virato sul retail (che al 30 giugno scorso valeva il 28% dei ricavi) – aggiunge Simoni – investendo più di 30 milioni, e ora aspetta i frutti dei negozi in fase di avvio: «In questo contesto servono una linea di sviluppo chiara e tanta pazienza», conclude l’ad che chiuderà il 2019 in linea con l’anno precedente (51 milioni di ricavi). «La strada che abbiamo imboccato è quella giusta», aggiunge Piero Iacomoni, azionista di riferimento di Monnalisa.

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Dopo il passaggio di mano ha cambiato modello di sviluppo invece Simonetta, altro storico marchio della moda junior, basato a Jesi, che ora fa capo alla holding Carisma attraverso Isa Seta e da nove mesi ha come amministratore delegato Niccolò Monicelli: «Vogliamo essere una piattaforma del lusso bambino – spiega l’ad – a cui le aziende possono rivolgersi per lo sviluppo-prodotto, per la produzione o per la distribuzione, oppure per tutte e tre le fasi. L’organizzazione aziendale è impostata sulla flessibilità».

Oggi Simonetta ha contratti con Fendi e con Brunello Cucinelli per la produzione in via esclusiva delle collezioni junior; ha licenze per la produzione e distribuzione dei marchi Balmain, Fay, Emilio Pucci e, dal prossimo autunno-inverno, Elie Saab junior; e continua a produrre il marchio proprio Simonetta, che fattura poco più di 1 milione. «Lo sviluppo punterà su tutte e tre queste gambe», sottolinea Monicelli che chiuderà il bilancio 2019 a 27 milioni di euro, in crescita di quasi il 30%, con un margine operativo lordo tornato positivo.

Petit Bateau

Si appresta a concludere quest’anno la ristrutturazione aziendale Miniconf, che ha “rivoluzionato” e managerializzato l’azienda familiare: «Il 2020 per noi è l’anno del cambiamento – conclude Basagni – stiamo aggiornando il piano industriale e stiamo puntando sull’export in uno scenario che cambia rapidamente».

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