Leadership

Moda, per l’export -24%: digitale e sostenibilità per ripartire

Dopo anni di crescita il commercio estero è stato messo a dura prova dalla pandemia passando da 6, 9 miliardi a 5,2 nel primo semestre. Il 71% delle imprese tornerà alla normalità nel 2021

di Giulia Crivelli

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La sfilata della collezione uomo Dolce&Gabbana nel cortile dell'istituto Humanitas, alle porte di Milano

Dopo anni di crescita il commercio estero è stato messo a dura prova dalla pandemia passando da 6, 9 miliardi a 5,2 nel primo semestre. Il 71% delle imprese tornerà alla normalità nel 2021


5' di lettura

Forse un po’ abusata, ma ugualmente efficace: è l’immagine della punta dell’iceberg associata alle settimane della moda di Milano: sotto – o meglio, alle spalle – delle sfilate, presentazioni ed eventi concentrati quattro volte all’anno in centro città c’è una filiera del tessile-moda-abbigliamento che vale oltre 90 miliardi e dà lavoro, solo direttamente, a circa 600mila persone. Una parte importante dell’iceberg, per così dire è in Lombardia.

Un quinto del totale nazionale

La Lombardia conta poco meno di 90mila addetti nel tessile, nell’abbigliamento, nella maglieria, nella pelletteria e nelle calzature, un quinto circa del totale italiano. A questi andrebbero poi aggiunti tutti gli occupati che lavorano in filiera, dai grossisti ai trasportatori, dai designer ai negozianti, e più in generale tutte le attività di servizi dedicati al settore. Un ruolo importante nella regione è ricoperto dai cinque distretti della moda mappati e monitorati da Intesa Sanpaolo: il serico di Como, il tessile e abbigliamento della Val Seriana, l’abbigliamento e il tessile del gallaratese, la calzetteria di Castel Goffredo, le calzature di Vigevano. Insieme questi distretti occupano circa 35mila addetti, pari al 38,5% del totale lombardo.

Il traino dell’export

Nell’analisi curata per Il Sole 24 Ore da Giovanni Foresti ed Enrica Spiga della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, si sottolinea la vocazione all’export della filiera regionale. «La Lombardia spicca soprattutto per la sua alta competitività sui mercati esteri – sottolineano gli economisti Foresti e Spiga –. È la prima regione italiana per valori esportati nella moda, seguita dalla Toscana e dal Veneto, sedi anch’esse di importanti distretti industriali del settore. Nel 2019 le esportazioni lombarde hanno superato quota 14 miliardi di euro, pari a un quarto del totale complessivamente esportato dall’Italia. Nel confronto con i valori toccati nel 2008, il progresso è stato pari al 37,6%, che significa quasi 4 miliardi di euro di export in più in undici anni. Trainanti sono state in particolare la filiera della pelle e l’abbigliamento».

Il primato degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono divenuti il primo sbocco commerciale delle aree di specializzazione della moda lombarda: nel 2019 il valore delle esportazioni ha raggiunto quota 1,44 miliardi, superando di slancio la Francia (dove l’export si è fermato poco sotto la soglia di 1,4 miliardi), certifica l’analisi di Intesa Sanpaolo. In undici anni le esportazioni verso gli Stati Uniti sono salite di 565 milioni di euro (+64,7%). Risultati addirittura migliori si sono registrati nei paesi asiatici: Cina e Hong Kong sono divenuti rispettivamente il terzo e il quarto mercato di sbocco della Lombardia e il primo se considerati nel loro insieme. Tra il 2008 e il 2019 i valori complessivamente esportati verso questi paesi sono più che triplicati, passando da 636 milioni a 2,1 miliardi di euro, pari al 14,9% del totale lombardo. Di rilievo anche i successi ottenuti in Corea, dove le esportazioni si sono più che quadruplicate (salendo a quota 781 milioni di euro), e in mercati molto esigenti come il Giappone, dove i valori esportati si sono quasi raddoppiati nel periodo analizzato (da 422 milioni a 811 milioni di euro), portando il paese al sesto posto tra i principali sbocchi commerciali della moda lombarda.

Prima per numero di imprese

La leadership della Lombardia è confermata dai dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza e Lodi: le imprese della moda in Italia sono 218mila, 33mila delle quali si trovano in Lombardia, prima regione, seguita dalla Campania con 32mila e dalla Toscana con 27mila. Tra le province prima Napoli con quasi 21 mila, seguita da Roma con 15 mila e Milano con 13mila. Vengono poi Firenze, Prato, Bari e Torino. Milano eccelle però nel design con oltre 2mila attività specializzate. Analogo primato per l’occupazione: la moda impiega 875 mila addetti in Italia (compreso parte dell’indotto), 201mila dei in Lombardia: 98mila solo a Milano, prima in Italia davanti a Napoli e Firenze.

Le preoccupazioni per l’export

La pandemia ha avuto e avrà effetti molto negativi sull’export, come mostrano i dati Istat Coeweb elaborati da Promos Italia, agenzia della Camera di commercio di Milano, sui primi sei mesi del 2020, in confronto con lo stesso periodo dello scorso anno. L’export italiano si conferma guidato dal settore manifatturiero e ai primi posti c’è la moda, con 21 miliardi rispetto a 27,8 miliardi dello scorso anno, di cui 5,2 miliardi in Lombardia rispetto ai 6,9 miliardi del 2019, 4,5 miliardi in Toscana rispetto a 6,9 miliardi, 4,2 miliardi in Veneto rispetto a 5,3, 2,7 miliardi in Emilia-Romagna rispetto a 3,4, 1,3 miliardi in Piemonte rispetto a 1,8 miliardi dello scorso anno. «I dati evidenziano l’impatto che l’emergenza da Covid-19 ha avuto sulle relazioni commerciali internazionali delle imprese lombarde anche per quanto riguarda il settore della moda – spiega Giovanni Da Pozzo, presidente di Promos Italia –. Era difficile immaginare un altro scenario ma l’auspicio è che la ripartenza, seppur lenta, a cui stiamo assistendo possa portare a un graduale ma importante miglioramento del trend già nel secondo semestre».

Lo scenario di Intesa Sanpaolo

Tornando allo studio di Intesa Sanpaolo, la direzione studi e ricerche sottolinea che lo scenario per i prossimi mesi rimane ancora molto incerto e condizionato da elementi di difficile valutazione: purtroppo siamo ancora tutti – persone, aziende, istituzioni – in balia della pandemia. «Il sistema moda è tra i settori italiani che mostrerà un percorso di recupero più lento, condizionato anche in prospettiva dall’elevata incertezza che frena le decisioni di spesa voluttuarie e dalla significativa riduzione dei flussi turistici internazionali – spiegano Foresti e Spiga –. Non a caso, secondo gli ultimi dati Unioncamere-Anpal, in Lombardia il sistema moda è il settore che, dopo il turismo, conta la quota maggiore di imprese (il 71,4%) che dovranno aspettare il 2021 per poter riprendere livelli accettabili di attività. Superata la fase strettamente emergenziale, nei prossimi mesi il sistema moda lombardo dovrà rispondere a profonde trasformazioni: le imprese dovranno confrontarsi con i temi della digitalizzazione, della regionalizzazione delle catene globali del valore e della sostenibilità».

I segnali da Milano Unica

A Rho si è tenuta l’8 e il 9 settembre Milano Unica, la fiera del tessile di alta gamma (si veda l’articolo in pagina tre), con una forte presenza di imprese lombarde, ad esempio dal distretto della seta di Como, che, tornando ai temi sottolineati da Intesa Sanpaolo, è all’avanguardia sulla sostenibilità e l’economia circolare. «A Milano Unica ho respirato un clima di moderata fiducia che deve necessariamente permeare questa ripartenza nel segno dell’unità, ma anche della creatività e dell’incontro tra tecnologia, innovazione e tradizione – spiega Gianluca Brenna, presidente del gruppo filiera tessile di Confindustria Como –. Quello che tutti abbiamo vissuto in questa primavera e anche nei mesi successivi, è uno shock che segna una frattura che richiederà parecchio tempo prima di essere riassorbita. È fondamentale che tutto il comparto riparta – aggiunge Brenna –. Penso anche ai negozi, pur nella consapevolezza che dopo una guerra ci siano ancora le macerie per la strada. Non possiamo pensare che ripartire sia riprendere immediatamente come tutto era stato lasciato. In ogni caso non devono prevalere la paura, il pessimismo o l’ansia per il futuro. Se prevalessero, vanificheremmo le opportunità che prima o poi si ripresenteranno. Siamo una filiera che ha dei punti di forza straordinari e, nel tempo, saranno di nuovo premianti, come già in passato».

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