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Blumarine: «Puntiamo sull'artigianato made in Italy e restiamo…

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Blumarine: «Puntiamo sull'artigianato made in Italy e restiamo indipendenti»

«Siamo tra le poche aziende del lusso a controllo familiare, abbiamo un brand famoso nel mondo e siamo bombardati da offerte di acquisto da parte di banche, fondi e intermediari. Non nascondo che abbiamo “visto” le carte di quattro proposte, ma abbiamo deciso che restiamo indipendenti».

Gianguido Tarabini è nel quartier generale di Carpi della Blufin, la società che controlla i marchi Blumarine e Blugirl, di cui è amministratore unico; accanto a lui siede la mamma, Anna Molinari, che con il marito Giampaolo, prematuramente scomparso, ha fondato l'azienda nel 1977. La stilista-imprenditrice controlla il 70% del capitale , il figlio il restante 30. «Abbiamo capito – aggiunge Tarabini – che il mondo della finanza non conosce il mondo della moda, e lo tratta come se si occupasse di dentifricio, senza vedere la bellezza che c'è dietro i numeri».

«Se aprissimo il capitale – puntualizza Molinari – rischieremmo di perdere di vista la nostra storia e quell'attenzione maniacale al lavoro artigianale che fa parte del nostro Dna». Una cura tangibile nel maglificio situato al pianoterra dell'azienda, dove le sarte lavorano prototipi e campioni degli abiti a punto-stoffa che poi verranno ricamati a mano in Toscana con perle, Swarovski e fili di cotone provenienti dalle più prestigiose filature italiane. Così come nella stamperia bolognese Marcel Art, la cui maggioranza è stata rilevata nel 2004, una delle poche dove si stampa ancora “a croce”, utilizzando solo tessuti italiani.

«Da noi queste lavorazioni sono la normalità – aggiunge la signora Anna, che sta preparando la sfilata-evento di Shanghai del 10 aprile con 600 invitati – e il lusso è vero, non simulato. Ma la qualità è un costo: produciamo la maglieria nel Carpigiano e in Emilia, dove c'è una forte tradizione, mentre la confezione è realizzata in Toscana, Veneto, Lombardia e nel Sud. La scelta del made in Italy al 100% è insomma una decisione strategica».

Un'opzione che, ovviamente, incide sui profitti: «Abbiamo archiviato il 2014 – spiega Tarabini – con un fatturato stabile a 70 milioni, incluse le royalties che provengono dalla settantina di milioni di ricavi provenienti dalle 18 licenze tra profumi, arredo casa, beachwear, bambino, accessori. Il 75% va all'export, rispetto al 40% che era la quota quando ho preso le redini al posto di mio padre nel 2006. La redditività 2014 è stata buona e sarebbe ottima se, come molti competitor, producessimo in Romania o in Cina. Per questo esercizio, sarei felice di mantenere ricavi stabili, aumentando utili e posizione finanziaria netta positiva: storicamente siamo un'azienda senza debiti».

Sul fronte distributivo, dice ancora l'amministratore unico, «siamo prudenti: abbiamo 50 monomarca, ma di proprietà solo i due di Milano con le insegne Blumarine e Blugirl. Ci affidiamo al franchising e i mercati più importanti sono quelli asiatici, con Giappone, Cina, Hong Kong e Corea in testa. Stiamo valutando se aprire una boutique diretta a Londra, dove avevamo un negozio in Old Bond Street firmato all'epoca da un giovanissimo Fabio Novembre: le buonuscite sono elevatissime e tra affitto e personale si rischia la perdita secca. Essere un'azienda familiare significa pensare di più su ogni scelta».

Certo, avere dimensioni familiari in un mercato dominato dai colossi del lusso non è semplice. «Competere è durissima – ammettono madre e figlio – a partire appunto dai prezzi dei negozi nelle strade dello shopping di lusso delle grandi capitali. Ma noi stiamo bene così, i nostri 160 dipendenti diretti non hanno mai fatto un'ora di sciopero, nel drammatico post terremoto, nel 2012, siamo stati tutti uniti come non mai, e finché non arriveremo ai 300 milioni di fatturato anche di andare in Borsa non si parla. La nostra è una cultura d'impresa made in Carpi e ci piace così».

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