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Maglieria, le aziende della filatura cercano il rilancio sui mercati europei

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Pitti filati

Maglieria, le aziende della filatura cercano il rilancio sui mercati europei

Alcuni clienti sono scomparsi per effetto della crisi. Altri, come l’azienda fiorentina di maglieria in cashmere Malo (ieri convocata al tavolo di crisi della Regione Toscana), sono finiti in difficoltà e hanno contratto gli ordini. Per questo i produttori italiani di filati per maglieria, in questi giorni riuniti alla fiera fiorentina Pitti Filati (presenti 110 marchi di cui 15 esteri), hanno davanti una strada obbligata: andare alla ricerca di nuovi clienti e di nuovi mercati, forti della creatività e dell’innovazione legata al made in Italy.

«Le maglie belle si continuano a fare in Italia, ma se ne fanno sempre meno», spiega Paolo Todisco, amministratore delegato della biellese Zegna Baruffa, che dall’ottobre scorso ha incorporato Botto Poala e ha chiuso il 2016 con 110 milioni di fatturato (per il 50% estero), in linea con l’anno precedente, e una redditività in miglioramento. «E questo – aggiunge - perché il segmento alto di mercato negli ultimi anni ha scontato le difficoltà della Russia e la stretta cinese sui consumi; allo stesso tempo sta riemergendo la fascia del cosiddetto “lusso accessibile” alimentata dall’Europa». Per quest’anno Zegna Baruffa punta a confermare i ricavi del 2016: «La stabilità in questo settore non è poco», afferma Todisco.

In effetti l’orizzonte dell’industria italiana della filatura non brilla (si veda Il Sole 24 Ore di ieri): fatturato 2016 in calo (-2,6% a 2.842 milioni di euro secondo le stime Smi) trainato in giù dall’export (-4,5% a 832 milioni); import in crescita (+3,8%); e saldo commerciale tornato negativo (-49 milioni). «Sarà un anno duro – dicono Pierluigi Marrani e Roberta Pecci della pratese Pecci Filati, che ha chiuso il 2016 con circa 20 milioni di fatturato (per il 65% export), sugli stessi livelli dell’anno precedente, cui si aggiungono 4,2 milioni dell’azienda Filati Naturali nata due anni fa – perché le tendenze moda non privilegiano la maglieria e gli Stati Uniti, che esprimono pochi ordini ma di grossa entità, hanno il retail che non va bene. Per questo nel 2017 ipotizziamo una flessione dell’export».

Il mercato americano ha arrestato anche la corsa della pratese Lineapiù, che ha chiuso il 2016 intorno a 42,5 milioni di fatturato (-2%) con quantità rimaste stabili (export pari al 60%), «perché le aziende del lusso si sono riposizionate su una fascia un po’ più bassa», conferma il presidente e ad Alessandro Bastagli, che al Pitti Filati presenta un filato realizzato con un mix di carta e fibra poliammidica capace di dare l’“effetto organza” tipico della carta giapponese washi utilizzata per gli origami. «È un filato che allarga le opportunità per l’industria della moda e che rafforza la nostra storia di innovazione», dice Bastagli, pronto a dar vita a una società per produrre componenti moda in 3D e a recuperare nel 2017 il gap sofferto in Usa. Intanto l’azienda pratese specializzata nei filati fantasia si rafforza sul fronte industriale, con altre due linee di filatura e l’introduzione del terzo turno produttivo.

Ai filati fantasia guarda, sempre più, anche la marchigiana Cariaggi, specialista della fascia alta finora attiva nella filatura cardata e pettinati. «Stiamo introducendo i filati fantasia pregiati – spiega l’ad Piergiorgio Cariaggi – per venire incontro alle richieste dei nostri clienti. Quest’anno prevediamo di tornare ai 100 milioni di fatturato del 2015 grazie alle prospettive estere: in Usa, dove abbiamo una trentina di nuovi clienti, e in Oriente». Cariaggi ha chiuso il 2016 a 93 milioni e quest’anno ha programmato investimenti in tecnologia e ricerca per 2,5 milioni.

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