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Beccari, da Parma alla corte di re Arnault: il lusso è un gioco di…

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A TU PER TU con il ceo di fendi

Beccari, da Parma alla corte di re Arnault: il lusso è un gioco di squadra

All’Eur. Pietro Beccari fotografato a Palazzo della Civiltà, interamente ristrutturato da Fendi
All’Eur. Pietro Beccari fotografato a Palazzo della Civiltà, interamente ristrutturato da Fendi

Per molti anni Pietro Beccari è stato l’esempio perfetto di talento in fuga dall’Italia. A guardar bene, almeno in parte, lo è ancora, benché viva a Roma e guidi un marchio dal nome italiano, Fendi.

Una maison fondata nel 1925 dai coniugi Edoardo Fendi e Adele Casagrande, che da oltre 17 anni è di proprietà di Lvmh, il primo gruppo del lusso al mondo, fondato da Bernard Arnault, l’uomo più ricco e forse più influente di Francia.

In Lvmh Beccari, che ha compiuto 50 anni quattro giorni fa, entrò nel 2006 per affiancare Yves Carcelle alla guida di Louis Vuitton, di cui è stato per anni vicepresidente per il marketing. Poi ha orchestrato il rilancio di Berluti, altro marchio con un heritage italiano entrato nell’orbita del colosso francese: quando Beccari è passato a Fendi, nel 2012, ha lasciato il testimone ad Antoine Arnault, figlio di Bernard e Berluti ha quasi ultimato la sua trasformazione da marchio di calzature a brand di abbigliamento e lifestyle. «Non sarò mai abbastanza grato a Bernard Arnault per le possibilità che mi ha dato, per la fiducia che mi ha dimostrato e per le opportunità di lavoro e di vita che ho ricevuto - racconta Beccari -. Da parte mia, ho messo a disposizione ogni grammo di energia, entusiasmo, voglia di imparare e di ascoltare che possiedo. Ho cercato di tirare fuori il meglio di me e di fare lo stesso con le persone con le quali lavoro. Gli anni passano, ma questo non cambia: lavorare in un gruppo come Lvmh, per un imprenditore e uomo di finanza come Arnault richiede dedizione completa, ma soddisfazioni e opportunità di crescita sono proporzionali».

Dedizione al lavoro, entusiasmo e voglia di condividere obiettivi e successi che forse hanno qualcosa a che vedere con le ambizioni giovanili di Pietro Beccari, che per qualche anno, nonostante il diploma al liceo classico e l’iscrizione a Economia e commercio, si era immaginato un futuro da calciatore. Nato e cresciuto in un «villaggio del Parmense», come ricorda sempre, fu Arrigo Sacchi a sconsigliarlo, benché volenteroso giocatore di serie C con il sogno della B, della A, della Champions, perché no. Ha finito per giocarci, in una lega di campioni, perché la sua carriera lavorativa è da manuale sulla forza di volontà e sulla meritocrazia.

Del calcio resta innamorato e non perde occasione per organizzare partite e incontri con amici ed ex compagni di campo più o meno famosi, tra i quali Fabio Cannavaro. Ma soprattutto gli resta una sorta di imprinting di ciò che di positivo uno sport come il calcio - specie se giocato a livello dilettantistico - può dare: lo spirito di squadra. «Il calcio insegna l’autodisciplina: nulla ti arriva facile - ha detto in un’intervista di qualche tempo fa -. E poi ti insegna che da soli non si vince: inutile far fuori tutti nella corsa verso il potere. Con chi la giochi la partita?».

All’educazione calcistica, al “pensare con i piedi”, per citare Osvaldo Soriano, forse si può far risalite anche un’altra grande qualità di Beccari. Le dissertazioni sul calcio, si sa, azzerano, almeno in Italia, barriere culturali, sociali, linguistiche. Siamo tutti allenatori della Nazionale, al lunedì al bar di periferia o nella lounge del più lussuoso hotel o prima di iniziare una riunione aziendale, si commenta il campionato. Fatto ancora più sorprendente, capita che il supermanager si confronti in rapida successione col portiere della sede della sua multinazionale, con il suo più stretto collaboratore o magari addirittura il suo superiore. Stesso linguaggio, medesimo pathos. Beccari si comporta così anche quando non parla di calcio. Tratta e si rivolge con rispetto, passione, interesse, a qualunque tipo di interlocutore. A differenza di molte altre persone – non parliamo solo di manager – che cambiano tono, postura, atteggiamento, a seconda di come considerano chi hanno di fronte: una persona in qualche modo inferiore, un pari o un superiore.

«Sì, forse il calcio c’entra. Ma soprattutto c’entra la mia educazione, i luoghi dove sono cresciuto, l’attaccamento alla mia famiglia e alla mia terra, l’Emilia-Romagna. Accogliente e sorridente per definizione - aggiunge Beccari -. E poi c’entra l’aver lavorato con Yves Carcelle. Credo non esista persona che lo abbia incontrato che non ne conservi uno splendido ricordo. Emanava intelligenza e sensibilità allo stesso tempo. Era coerente nei comportamenti e capace di ammettere i propri errori o riconoscere le donne e gli uomini dai quali c’era da imparare. O che andavano scoperti con rispetto e incoraggiati a esprimere i propri talenti».

Spirito di squadra e passione sul lavoro e forse ancora di più nella vita privata: Beccari è sposato con Elisabetta, conosciuta alle elementari.Un team a due diventato a cinque in pochi anni, con la nascita di tre bambine. «Non era scritto che lasciassimo l’Italia o che Elisabetta rinunciasse al suo lavoro di insegnante di matematica e fisica per me. Dopo la laurea entrai in Benckiser, colosso del largo consumo. Poi passai alla Parmalat, che allora era motivo d’orgoglio per la nostra regione, per l’Italia e per chi veniva assunto. Il crac era lontano, era un’azienda all’avanguardia nel modello di business e con aspirazioni da multinazionale - ricorda Beccari -. Ma quando si presentò l’opportunità di andare a New York con Parmalat, poi a Duesseldorf con Henkel, Elisabetta fu sempre al mio fianco. Non ci spaventarono mai né le barriere linguistiche né quelle culturali: avevamo voglia di scoprire il mondo e la fortuna ci ha dato una certa facilità a imparare altri idiomi». Oggi Beccari e la moglie parlano inglese, tedesco, francese, spagnolo e chissà quali altre lingue impareranno. La figlia più grande ha iniziato il college in Inghilterra e quasi certamente anche le altre due proseguiranno gli studi all’estero, magari fuori dall’Europa. Perché il Dna è una cosa seria.

Mago del marketing, tanto da passare dai detersivi Benckiser ai prodotti per capelli Henkel al lusso assoluto di Vuitton, Berluti e Fendi, Beccari spiega: «Certe regole si possono applicare a tutto. Ma il lusso, in particolare come è oggi anche grazie a Lvmh sotto la guida di Bernard Arnault, ha tante specificità. Forse qualche volta sogno di sollevare al cielo una Champions League o di avere sulla maglia qualche scudetto, nella realtà non vorrei essere altrove. Non tanto per le soddisfazioni economiche, che pure ci sono e non avrei immaginato quando ero all’università. Né per le bellissime case che ho abitato o per gli alberghi in cui trascorro tanto tempo. Non per i viaggi in business o i ristoranti stellati. O almeno, non solo: lavorare in Lvmh mi ha fatto incontrare artisti, personaggi della cultura che pensavo di vedere solo in televisione o su internet. Nel mondo del lusso la bellezza è ovunque, dai movimenti degli artigiani al prodotto finito, passando per i materiali utilizzati per i negozi o le opere d’arte e di architettura che scegliamo per arricchirli».

Lvmh non segmenta i ricavi dei singoli brand del portafoglio (circa 70), ma alla crescita a due cifre del primo semestre ha contribuito in maniera significativa Fendi. Il periodo gennaio-giugno si è chiuso con ricavi a 19,7 miliardi (+15% sul 2016) e l’utile è salito del 23% a 3,64 miliardi. Per Fendi gli analisti del lusso indicano un fatturato superiore al miliardo, cresciuto a due cifre dall’arrivo di Beccari. Ma non è solo questione di numeri: il manager italiano è riuscito a ricreare «circoli virtuosi tra processi aziendali e creativi», come sottolinea lui stesso, tra «uffici stile e divisione marketing, tra artigiani e modellisti». E non è certo facile quando occorre confrontarsi con oltre 90 anni di storia e un direttore creativo del prêt-à-porter donna che si chiama Karl “Kaiser” Lagerfeld. Quello con Fendi dello stilista tedesco, che è anche direttore creativo di Chanel e del marchio che porta il suo nome, è il più longevo rapporto tra un designer e un brand dell’intero mondo della moda e del lusso (iniziò nel 1965, due anni prima che Beccari nascesse). Anche grazie al ruolo di Silvia Venturini Fendi, figlia di Anna, una delle cinque figlie dei fondatori, terza generazione della famiglia fondatrice e responsabile degli accessori e delle linee uomo.

Per il futuro Beccari è ottimista. In tutti i sensi. «Come padre a volte mi lascio prendere dalle preoccupazioni: non posso prevedere come sarà il pianeta nel quale le mie figlie completeranno i loro studi, lavoreranno, si costruiranno una famiglia. Non so quale sarà il loro posto nel mondo, ma credo che i Millennials siano molto meno spaventati di noi, danno l’incertezza e la flessibilità di tutto ciò che sta loro attorno per scontata. Cercano solidità altrove: negli affetti, nell’equilibrio tra lavoro e tempo da dedicare a sé, nella conoscenza degli altri. Io e mia moglie non vogliamo imporre alle nostre figlie alcuna scelta, solo continuare a educarle al bello, alla correttezza, all’attenzione agli altri». E il lusso, come è cambiato o cambierà? «Aumenta il desiderio di personalizzazione, ma non credo che cambierà nella sua essenza. Sono invece sicuro che ha cambiato me. Sento di essere stato educato al bello e al rigore che bisogna avere per crearlo e poi proporlo alle persone, indipendentemente dalle loro disponibilità economiche di quel momento. Una delle più grandi soddisfazioni degli ultimi mesi è stata la mostra di Giuseppe Penone che abbiamo allestito nella sede di Palazzo della Cività, all’Eur. Il successo ci ha spinto a prolungarla e in questi giorni esce un libro, pubblicato da Rizzoli, proprio sul palazzo, chiamato anche Colosseo quadrato, dove ci siamo trasferiti nel 2015 e che vogliamo mantenere aperto alla città grazie allo spazio espositivo».

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