Moda24

In passerella l’allegoria cyborg di Gucci e i nostalgici anni 80 di…

  • Abbonati
  • Accedi
milano/giorno 2

In passerella l’allegoria cyborg di Gucci e i nostalgici anni 80 di Alberta Ferretti

Il mondo che va a rotoli, le libertà che si negano, i nazionalismi ciechi che avanzano e il diffuso senso di regresso impongono una presa di posizione da parte di tutti, perchè i poteri forti continuano a mettere in discussione diritti fondamentali. Come abitanti di questo mondo e membri delle rispettive società, anche gli stilisti di moda sono chiamati a dare una risposta. Alessandro Michele – che da direttore creativo di Gucci ha contribuito a una crescita del fatturato 2017 del 41,9% – non ha mai fatto mistero delle proprie ambizioni politiche, che non esprime attraverso editti o proclami, anche se ciascuno dei suoi show è accompagnato da un piccolo gioiello di prosa accademica dal tono insieme forbito e sovversivo.

Le capacità politiche, le volontà sottilmente e spontaneamente sediziose Michele le scatena proprio attraverso il lavoro stilistico: nell’assemblaggio di elementi colti per ogni dove come googlate frenetiche attraverso la storia della moda e del costume - a questo giro compaiono pure stoloni da officiante, passamontagna da dinamitardo e omaggi all’”Erotomane abbondante” di Russ Meyer - fatti cozzare per liberarne le energie recondite. Che lo show di ieri si sia svolto in una ambientazione clinica e asettica, ovvero una sala operatoria con tanto di tavolo e luci pronti all’uso, è metafora stringente. «Il mio è un lavoro chirurgico, nel quale la testa segue un piano dalla chiarezza scientifica anche se il risultato può apparire rutilante e barocco» racconta Michele alla fine dello show.

È esausto: le sfilate di Gucci sono operazioni totali e certosine nel quale ogni look non è un insieme di vestiti, ma un personaggio dal carattere preciso, o una metafora di varia umanità, inserito in un ambiente costruito ad hoc. Più le stagioni passano, più il fantasy - oggi: modelli che reggono repliche delle proprie teste, realizzate da Makinarium - e il camp si inseriscono nel mix, elevandolo ed estremizzandolo. «Attraverso il mio lavoro posso istigare il mio pubblico. Banalizzare la moda, limitandola ad una giacca o alla lunghezza di una gonna, è riduttivo – aggiunge –. La moda è qualcosa di potente, che invita a inventare e sperimentare, e che nasce come risposta al contemporaneo».

Alessandro Michele cita il Manifesto Cyborg di D.J. Haraway e abbraccia il paradosso possibile del post umano: l’essere ibrido e inventato che si auto-determina opponendosi a qualsiasi norma imposta dall’alto. Una dichiarazione potente e dirompente, a sostegno della possibilità, oggi aperta a tutti, di essere quel che si vuole, come si vuole, quando lo si vuole. Poco cambia rispetto al passato, ma questa è la più politica e sovversiva delle collezioni di Michele

Anche Alberta Ferretti non perde di vista quel che le succede intorno, rispondendo con la misura e l’energia che da sempre la caratterizzano. Introduce una collezione fatta di volumi plastici, grandi spalle e un’aria generale di assertività voluttuosa, spiegando che «la moda oggi parla molti linguaggi. Io voglio rappresentare donne con una loro identità, in continuo cambiamento. Ho scelto di farlo attraverso un daywwear più vario, e uno stile più deciso». Il risultato ha forza e coerenza, ma la nostalgia per gli anni 80 - utopici e irripetibili - è eccessiva.

Non ha paura del kitsch Alessandro Dell’Acqua di N°21, che fa centro portando la figura della majorette in territori inattesi, tra il punk e lo ska, e nemmeno Jeremy Scott, che da Moschino detona il pop in una visione di fantascienza dal sapore decisamente retrò.

Artur Arbesser guarda ai pattern geometrico-ritmici di Koloman Moser e guadagna morbidezza, anche se la strata da fare per riscaldare visioni alquanto fredde è molta.

Il minimalista vibrante Lucio Vanotti, infine, disseziona divise e potenzia colori. La sterzata rispetto al solito è decisa, ma convince solo in parte. Errori e passi falsi, del resto, sono indispensabili per evolversi, e allora ben vengano.

© Riproduzione riservata