Moda24

Armani contro Gucci e la sua sfilata con le teste mozzate: «Se la moda…

  • Abbonati
  • Accedi
polemiche alla fashion week

Armani contro Gucci e la sua sfilata con le teste mozzate: «Se la moda è questo gioco, io lo abbandono»

Uno scontro di civiltà: così Samuel P. Huntington, lo scienziato politico che coniò la celebre espressione nel 1993, probabilmente definirebbe oggi il cuore della polemica di Giorgio Armani contro Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci.

Al termine della sua sfilata, oggi a Milano, Armani ha detto: «Uno può fare ciò che vuole ma, fatemelo dire, se metto in pedana una testa, sotto un braccio, mozzata, siamo al limite e io non sto a questo gioco, mi tolgo da questo gioco. Non vorrei neanche che i miei guardassero ciò che hanno fatto gli altri. Se quello che fanno gli altri è questo, meglio che stiamo a casa nostra».

Il riferimento è chiarissimo: le teste di silicone che i modelli e le modelle di Gucci hanno portato in mano durante la sfilata Gucci di mercoledì scorso. Creazioni di alto artigianato, visto che a realizzarle è stato il laboratorio Makinarium di Roma, che si ispira a tecniche ed estetiche con radici nel Rinascimento. E anche affermazioni politiche, come ha spiegato lo stesso Michele: «La moda è qualcosa di potente, che invita a inventare e sperimentare», ha detto, spiegando come si fosse ispirato al Manifesto Cyborg di Donna J. Haraway.

La formula di Michele funziona, piace molto, soprattutto ai Millennials che alimentano i fiorenti conti del marchio, che ha chiuso il 2017 con vendite in aumento del 46% rispetto all’anno prima. Funziona anche perché le sue creazioni e il suo mondo sono perfettamente “Instagrammabili”. D’altra parte, mentre i suoi colleghi usano il loro profilo Instagram come piattaforma di condivisione di foto con celebs, nuove creazioni, al limite viaggi, Michele è fra i pochissimi creativi, forse l’unico, ad averne fatto una moodboard (la tavola di immagini che ispira le collezioni) in perenne aggiornamento.

A 83 anni Giorgio Armani non è certo un uomo immune al presente, tantomeno indifferente, come dimostrano anche le numerose iniziative digitali e social del marchio. I conti dell’azienda, che ha fatturato 2,5 miliardi nel 2016, hanno registrato un aumento dell’utile netto del 12%. Ma il suo sguardo è ovviamente diverso da quello di Michele, parte da più lontano, da dove ha seguito l’evoluzione della moda italiana.

Già nel 2011 aveva denunciato le “baracconate” di certi colleghi: «Miuccia Prada ha scelto la strada dell'ironia e del cattivo gusto che piace. Io ho scelto di vestire la gente. Mi rifiuto di fare baracconate soprattutto sull’uomo, penso sia una mancanza di rispetto verso i consumatori. M’infastidisce che certe cose vengano osannate dalla stampa anche quando le collezioni sono brutte». Nello stesso contesto, e nell’anno in Prada si quotava a Hong Kong e Lvmh rilevava Bulgari, Armani affermò anche che la moda ormai era in mano alle banche.

Due anni prima, sempre Armani aveva attaccato Dolce&Gabbana accusandoli di aver copiato un suo pantalone matelassé. I due stilisti risposero piccatissimi: «Armani non è mai stato per noi fonte di ispirazione stilistica e da anni non guardiamo più le sue sfilate».

Il gioco della moda, nel 2018, si gioca anche su logiche comunicative diverse dal passato. Il palco è più affollato di attori, il pubblico è il mondo, pieno di clienti infedeli e volubili. Armani dice di non voler stare a questo gioco, il suo nome e la sua storia glielo consentono. La sua collezione, ispirata all’amore per la diversità, è stata presentata mentre in molte piazze italiane c’erano scontri. En bel modo per ricordare che sullo stesso palco si può stare insieme anche se diversi.

© Riproduzione riservata