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Louis Vuitton e Dior, con Virgil Abloh e Kim Jones debutti ad alto impatto…

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PARIS FASHION WEEK

Louis Vuitton e Dior, con Virgil Abloh e Kim Jones debutti ad alto impatto mediatico


La fashion week parigina che si è chiusa domenica - troppo lunga: un editing severo al calendario aiuterebbe - doveva essere quella della rivoluzione radicale, ma nulla di quanto previsto è davvero avvenuto. Il debutto di Virgil Abloh al timone di Louis Vuitton, come quello di Kim Jones alla guida di Dior (con la fine dello skinny tailoring, la divisione maschile della maison ha perso la locuzione Homme) sono stati momenti di alto impatto mediatico, ma di sostanziale continuità stilistica.

Abloh ha preferito il tailoring al logo schiaffato ovunque; Jones ha optato per una morbidezza quasi femminea, mescolata alla precisione sartoriale e a un giovanilismo delicato condito da gadget di ogni genere - dagli orecchini scintillanti ai berretti con il moschettone, dal marsupio Saddle a chincaglierie da appendere in libertà - che faranno contenti millennial e aspiranti tali.

La sua visione dell'uomo Dior è indubbiamente più calda della post adolescenza problematica del predecessore Kris Van Assche: contempla strizzate d'occhio alla couture, piccoli ricami di piume, volumi soft. Il percorso è solo all'inizio, quindi è presto per dare ogni tipo di giudizio, ma l'avvio è il leggero sottotono.
Il vero dibattito della stagione va cercato altrove, allora. Ovvero, nel moto deciso di rivolta contro lo streetwear e lo sportswear che ancora continuano ad imperare, ma che danno ormai segni di cedimento. Far moda per mandarla in passerella vuol dire molto più che proporre felpe e parka - per quelli esistono marchi appositi.

Indubbiamente il codice vestimentario condiviso è oggi molto lontano dai protocolli di un tempo. Parlare di eleganza è cosí inatteso e anacronistico da suonare rivoluzionario. I vincitori della stagione sono proprio coloro che alla sciatteria street oppongono una formalità nuova, enegizzata dallo spirito della gioventù: Lucas Ossendrijver, che da Lanvin immagina un mix preciso e caotico di ogni cosa, dall'outerwear urbano al tailoring scomposto e ricomposto; Veronique Nichanian, che da Hermès ammanta d'una patina di chic nonchalant anche il kway - che naturalmente è di pelle, trattata con perizia straordinaria; Sarah Burton, la cui visione di uomo-artista per Alexander McQueen è un equilibrio teso di controllo e abbandono polarizzato dalla opposizione di biker di pelle e suit affilati come lame. Quel che abbonda, in un caso come nell'altro, è un palpabile senso di glamour: mascolino e consapevole, ma non per questo meno sorprendente.

Primo tra i belligeranti del far moda con la M maiuscola è però John Galliano, autore da Maison Margiela di una delle migliori prove della stagione, esercizio congiunto di rottura dello sterotipo estetico del maschio - tra pantaloni di vinile e corsetti, c'è ben poco di ortodosso - e di rottura dei limiti della tecnica. È questo il debutto dell'Artisanal da uomo per la maison. Quindi, si tratta di couture. Galliano la realizza in sbieco, portando il languore degli abiti di lei tra le giacche e i cappotti di lui. L'immagine è fiammeggiante, la perizia del taglio pervasiva ma inapparente. La vera rivoluzione, nella moda nasce solo dal modo di far le cose. Il resto è propaganda.

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