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L’eccellenza è negli atelier: l’alta moda esalta il lavoro

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sfilate couture

L’eccellenza è negli atelier: l’alta moda esalta il lavoro

Il tempo, la più implacabile ma anche la più impalpabile delle entità, è stato il protagonista della kermesse di alta moda che si è chiusa mercoledì sera a Parigi. Tempo come qualità intrinseca di abiti realizzati attraverso un lavoro minuzioso; tempo come riflessione sulla storia della couture per attualizzarne caratteri e valori. Si torna a far vestiti, perchè la couture è in primo luogo un servizio. Giorgio Armani, ad esempio, è deciso ad insegnare alle nuove generazioni un po’ dell’eleganza del tempo che fu, senza nostalgie. «Le donne vogliono cose che stiano bene addosso. Il resto non conta: l’alta moda è questo» spiega. La collezione Privé è una tessitura titanica di linee pure e femminilità frivola, di grafismi in nero e champagne stemperati dal fluttuare di rosa e piume, insomma di opposti che si conciliano. La presentazione nei saloni stuccati dell’ambasciata d’Italia ha l’intimità di una volta, sicché il messaggio arriva chiaro.

Da Chanel, Karl Lagerfeld asciuga ogni esuberanza in silhouette allungate e malinconiche rischiarate da lampi metallici. Per Maria Grazia Chiuri, da Dior, il tempo è un tour all’interno dell’archivio, alla ricerca di un’essenzialità architettonica di linee e volumi che è l’esatto contrario dell’ostentazione chiassosa della Instagram fashion. La precisione del lavoro d’atelier è sorprendente, la concentrazione sull’essenziale assoluta. Manca il leggero sfasamento indispensabile per scansare l’effetto replica e dar ragione d’essere al passato nel presente.

Da Maison Margiela, John Galliano fabbrica vestiti con maestria antica per poi violentarli in assemblaggi folli e istintivi. Nel bianco dell’atelier come luogo di costruzione - un cantiere - si materializza un plotone di nomadi digitali e techno-clochard che si portano addosso, impilati come lacerti di un passato attualizzato da colate di colore fluo e materiali incongrui quali pvc, poliuretano espanso, broccati da arredo, pezzi noti - forme lunghe e minute, come negli anni venti, o curve voluttuose e debordanti come usava negli anni cinquanta - ma completamente riconfigurati. È l’idea margeliana del recupero, portata a vette goduriose di neobarocco galattico.

Pierpaolo Piccioli, da Valentino, sogna a occhi aperti, toccando l’anima e gli occhi con poderosa delicatezza. Anche lui, come Galliano, ama la storia - la scorsa stagione gli echi di Charles James erano evidenti quanto questa lo sono gli omaggi a Cristobal Balenciaga e Roberto Capucci ma anche Mariano Fortuny e Yves Saint-Laurent - ma lascia che il ricordo diventi evanescente. Si muove con libertà assoluta, anche rispetto all’esigenza di avere un tema. «Ho agito d’istinto, senza seguire un’ispirazione vera e propria – dice – riflettendo sul tempo di chi immagina e di chi realizza». È un’ode alla coralità del lavoro d’atelier, elemento centrale nella narrativa che Piccioli dipana intorno alla couture di Valentino. Invece di negarla, il direttore creativo regala la ribalta alle maestranze, che danno il nome a ciasuna creazione, e questo carica di profonda umanità la sua figura di autore. La prova è un equilibrio magico di volumi e colori che ricapitola secoli e decenni di storia per consumarli nel presente.

Da Fendi l’invenzione parte sempre dalla materia, piegata ai voleri della fantasia perchè nulla è impossibile. La collezione da questa stagione si chiama Fendi Couture e include il tessuto altre alla pelliccia. Non che faccia differenza: impossibile distinguere le organze affettate e sfrangiate dal visone rasato e colorato, le paillette dal montone, le piume dalla mongolia. L’inganno visivo è deliberato ed elettrizzante. Con il tempo inteso come attualità fa infine i conti Giambattista Valli, la cui couture da ghetto girl deluxe è grafica e fremente. Invero, giovane, perchè, dice l’autore «l’età è solo una posizione mentale».

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