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Charles Delvaux, il pellettiere belga che inventò la prima borsetta

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Charles Delvaux, il pellettiere belga che inventò la prima borsetta

L’interno della boutique Delvaux di Milano, ospitata in uno dei più begli edifici di via Bagutta
L’interno della boutique Delvaux di Milano, ospitata in uno dei più begli edifici di via Bagutta

Era il 1829 quando Charles Delvaux aprì la sua boutique di pelletteria e valigeria a Bruxelles. Il Belgio non era neppure nato, come nazione: accadde solo un anno più tardi. E non era nata neppure la borsa da donna come la conosciamo oggi: fu proprio Charles Delvaux il primo pellettiere a brevettare una borsetta, nel 1908.

La maison non ha mai interrotto la sua attività, ma gli americani direbbero che si tratta del “best kept secret”, il segreto meglio custodito, del mondo del lusso. Solo per quanto riguarda le borse, in 110 anni, Delvaux ha ideato oltre 3mila modelli e oggi come allora, ogni nuova creazione viene descritta, disegnata e aggiunta in un catalogo senza fine. Pardon, in un Livre d’or, un libro d’oro. Con l’arrivo di Jean-Mark Loubier, presidente e ceo, Delvaux punta a essere un po’ meno segreta, anche per gli italiani e in particolare i milanesi: la maison belga ha appena aperto la sua prima boutique nel nostro Paese, nello storico palazzo Reina di via Bagutta, nel quadrilatero della moda.

Loubier è anche ceo di First Heritage Brands,divisione del Fung Group di Hong Kong, che nel 2011, oltre a Delvaux, ha comprato il marchio di scarpe di lusso francese Robert Clergerie e nel 2012 Sonia Rykiel.

Quanto sono importanti Milano e l’Italia nei suoi piani di sviluppo ?

Sono ormai sette anni che lavoriamo alla “rinascita” del marchio. Ma la mia esperienza nel mondo del lusso (Loubier ha lavorato per anni nel gruppo francese Lvmh, ndr) mi ha insegnato molte cose. Il Dna di un brand è un valore da maneggiare con molta cura e delicatezza. Non bisogna avere fretta o aprire troppi fronti contemporaneamente, specie in una fase di rilancio. Ma anche al culmine del successo, vorrei aggiungere: spremere un marchio per accontentare, ad esempio, gli azionisti di trimestre in trimestre, è pericoloso. Detto questo, pensavamo da tempo di aprire a Milano, capitale mondiale della moda e polo d’attrazione per turisti sempre più sofisticati.

La ricerca dello spazio giusto è stata lunga?

Sì, perché anche se ce lo avessero regalato (ride) non avrei voluto un negozio in via Monte Napoleone. Via Bagutta è molto più adatta al lusso discreto di Delvaux e siamo fieri di aver contribuito a far rivivere parte di questo splendido edificio, Palazzo Reina. In settembre sveleremo uno spazio aggiuntivo: il nostro mondo ha bisogno di essere scoperto passo dopo passo. Lo stesso vale per la crescita del marchio: passo dopo passo.

Dal 2011 comunque avete fatto passi da gigante in termini di fatturato e occupazione.

Vero: in meno di sette anni le vendite sono decuplicate e abbiamo già raggiunto la redditività. Liorganico totale è passato da 148 a 500 persone. Abbiamo investito su chi già lavorava in Delvaux e creato nuovi posti di lavoro. Solo gli artigiani sono passati da 64 a 205 e l’export dal 3% del 2011 all’85%. Il network di boutique è arrivato a 40, otto delle quali in Belgio. L’apertura più recente è New Bond Street, a Londra e a breve saremo a New York, sulla Fifth Avenue.

Lei ha vissuto in Lvmh la fase di “corsa al retail”, che ha portato spesso a replicare gli stessi format in città di continenti e culture diverse. Ora la corsa sembra aver rallentato. Per Delvaux qual è stata la strategia?

Per noi è importante che ogni boutique sia unica, diversa da tutte le altre. Devono rimanere veri e propri punti vendita, che creino un legame speciale tra il marchio, il nostro team e i nostri clienti. Un fil rouge però c’è: il cosiddetto “movimento delle arti decorative” del 19° secolo, il cui obiettivo era creare oggetti che unissero utilità e bellezza. Le boutique Delvaux sono arricchite da opere, di qualità museale, d’arte e di design belga della seconda metà del 19° secolo, che dialogano con opere di design contemporaneo. In Italia abbiamo avuto solo l’imbarazzo della scelta per creare questo connubio.

Su cosa vi siete concentrati?

Abbiamo scelto opere di designer italiani, tra i quali Ignazio Gardella, Luigi Caccia Dominioni e altri maestri delle arti decorative del20° secolo. Pareti e soffitto le abbiamo affidate a Filippo Falaguasta, un artista piacentino, maestro, tra le arte cose, dell’affresco, che ha creato un particolare effetto patinato.

Come si concilia la crescita con la qualità e la lentezza del lavoro artigianale, che mi sembra lei consideri una forma d’arte?

Investendo sulle persone. Abbiamo assunto molti giovani e li affianchiamo ad artigiani di lunga esperienza e abbiamo aperto un secondo atelier nell’est della Francia. La cura del prodotto è tutto, lo sapeva e ci credeva Charles Delvaux, lo stesso vale per noi, che ci sentiamo i custodi dei suoi valori.

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