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Quell’olio che ci assomiglia: come trovare se stessi raccogliendo le…

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filosofia di campagna

Quell’olio che ci assomiglia: come trovare se stessi raccogliendo le olive

C’ è ancora un’eco d’estate, in questa mattina di ottobre. Lasciata l’uniforme di città, con stivalacci di gomma e felpe informi, ci avviciniamo. Gli ulivi ci sono davanti, nella loro solita quiete: «Il mormorio di un uliveto ha qualcosa di molto intimo, immensamente antico», scriveva Van Gogh dipingendo gli alberi della Provenza, capaci di rasserenare le sue tempeste negli anni dell’Ospedale psichiatrico di Saint Rémy. Per raccogliere le olive serve accarezzare l’albero che le porta, con le mani o al più con un piccolo rastrello che si passa fra i rami come fossero capelli da pettinare.

“Ulivi con cielo giallo e sole”, Vincent Van Gogh, 1889. Minneapolis Institute of Arts, Stati Uniti d'America

Questi movimenti, come le olive che docilmente si staccano, hanno molto da insegnare a chi deve ancora scoprirlo e da ricordare a chi già lo sa: se l’ulivo è da millenni al centro della storia del Mediterraneo, fra unzioni bibliche, divinità greche e sure del Corano, ed è fra i pochi alberi ad aver prestato il suo nome agli esseri umani, è perché è una versione botanica di noi stessi. Si sviluppa molto lentamente e da piccolo è molto fragile. Crescendo, non si sa bene che forma prenderà, quanto diventerà alto e quanti frutti potrà dare. I dolori delle potature lo rendono più forte. Subisce malattie e attacchi di insetti, ma si rigenera (quasi) sempre. Le olive sembrano tutte uguali, ma in Italia ne esistono oltre 500 varietà, o cultivar. L’olivo ci assomiglia, tanto da essere capace di parlarci nei suoi silenzi a volte secolari, quelli degli olives of endless age di un Sonetto di Shakespeare.

Avvicinarsi a un olivo, raccoglierne i frutti, farne olio e assaporarlo genera un potente flusso di serenità e consapevolezza, beni sempre più primari e rari, che spiega il costante aumento di partecipazione a pratiche prima riservate ai contadini.

Truppe pacifiche di neocontadini

Accade sia nelle tenute agricole di resort a cinque stelle sia nei terreni della famiglia che gestisce il suo bed &breakfast da tre: con stivali e rastrellino gli ospiti si trasformano per qualche ora in collaboratori per la raccolta delle olive. Di solito, appunto, solo per la mattina, per poi gustarsi in relax un pranzo sotto le fronde, fra piatti di bruschetta grondante olio nuovo, e magari un tour culturale: questa, per esempio, è la formula scelta da una rete di agriturismi fra Erice e Trapani (www.olionovello.it) con tanto di tre litri di olio compresi nell’esperienza. E visto che il lusso è sempre più esperienziale, i country resort interpretano tale evoluzione proponendo il raccolto, dalla Valdichiana (Il Falconiere) alla Basilicata (Palazzo Margherita a Bernalda, l’hotel di Francis Ford Coppola, che porta gli ospiti in un frantoio di Genzano di Lucania).

Per entrare in contatto con l’energia primordiale di un uliveto si può anche semplicemente passeggiarvi attraverso: nel 2017 20mila persone hanno partecipato alla prima edizione di “Camminata tra gli olivi”, organizzata in 120 Comuni dall’Associazione Città dell’Olio, con cui produttori e borghi cercano di diffonderee valorizzare la cultura e i territori dove nasce questo alimento. Prevista quest’anno per il 28 ottobre, a causa del maltempo molte delle passeggiate in programma (soprattutto in Liguria) sono state rimandate (www.camminatatragliolivi.it).

Uliveti in Umbria

Scampagnate analoghe sono in calendario ancora fino al 25 novembre con “Frantoi Aperti”, festival umbro dell’olio nuovo con epicentro a Trevi: arrivato alla 21esima edizione, all’inizio si teneva solo il primo fine settimana di novembre, ma dal 2008 è stato prolungato a tutto il mese. Porta in Umbria 100mila persone, circa un ottavo dei suoi residenti. E se prima offriva solo visite ai frantoi, ovviamente culminanti in ricche degustazioni, ora in programma ci sono anche brunch fra gli olivi accompagnati da concerti di jazz, dj-set “rurali”, mostre d’arte contemporanea in luoghi bellissimi ma pressoché sconosciuti, come la minuscola chiesa di San Martino a Spello, risalente all’XI secolo.

Boom delle adozioni a distanza

Versioni contemporanee, molto più complesse e con qualche tocco di esistenzialismo, della prima attività di marketing dell’olio italiano, risalente al 1788: 230 anni fa l’agronomo salentino Giovanni Presta inviò un cofanetto (di legno d’olivo) pieno di boccettine di olio italiano a Caterina di Russia, che lo ricompensò con un medaglione d’oro e 500 fiorini olandesi. Sempre in Puglia, ma nel 2005 e per frenare le indebite spoliazioni delle campagne locali, Legambiente lanciò l’iniziativa “Adotta un olivo secolare”, che ha salvato molti antichi alberi (alcuni anche millenari) e ha finanziato il progetto del Parco Agrario degli Ulivi Secolari, area inserita di recente nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici.

Da allora progetti analoghi si sono moltiplicati: chi desidera il “suo” albero ma non saprebbe dove collocarlo può sceglierlo persino da un catalogo online (quello dell’azienda agricola D’Alessandro di Pisticci) con tanto di ritratto, oppure può dargli il nome che preferisce (accade a Ostuni, nella Masseria il Frantoio). Si può adottare per minimo un anno, a casa arriveranno la fotografia del proprio albero, notizie periodiche sul suo stato di salute, aggiornamenti dalla potatura ma soprattutto qualche litro di olio.

L’olivo sacro e il suo germoglio

Certo, avere in casa la foto di un olivo non è come poterlo avere accanto, accorgersi che «c’è sempre po’ di aria tra le sottili foglie grigie-argentee, sempre un balenar di luce nelle sue ombre» (parole di Aldous Huxley), accogliere i suoi suggerimenti. Come quello di essere insieme saldi e flessibili, allegri e resistenti, fedeli a noi stessi e in perenne rinnovamento. Con radici grandi e fronde leggere, pronti a sfidare le versioni umane di grandine e xylella e donare generosamente il nostro olio. Quando attaccarono Atene, i Persiani di Serse incendiarono l’olivo sacro, dono della saggia dea Atena, sull’Acropoli. Il giorno dopo, racconta Pausania, gli ateniesi salirono al sacro recinto e videro che su quel tronco flagellato e annerito era già spuntato un nuovo germoglio.

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