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Valentino in Giappone, sfilata e restyling del negozio a Ginza

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Valentino in Giappone, sfilata e restyling del negozio a Ginza

(Courtesy Valentino/Sgp Italia)
(Courtesy Valentino/Sgp Italia)

Solo a Tokyo una modella con la zazzera sforbiciata, il rossetto turchese, l’abito romantico tutto stropicciato e gli scarponi punk può sembrare una persona vera, come le tante che si incontrano a Shibuya, Aoyama o Harajuku, invece che fantasia di passerella. La dedizione allo stile strampalato è aspetto affascinante di una cultura che estetizza ogni cosa. In Giappone la moda è una cosa seria: una forma di espressione esplorata sperimentando con metodica sventatezza senza troppi patemi esistenziali spesso ben oltre l’arrivo di età adulta e responsabilità. Per questo e altri motivi, il mercato nipponico per i marchi della moda è terra promessa, zona franca, inesauribile ispirazione: designer altrove sconosciuti hanno un seguito si direbbe religioso; stili altrove impensabili sono normalità. In Giappone si vende l’impossibile, quindi il pubblico va corteggiato.

Adesso è il turno della maison Valentino - la punk romantica citata in apertura di Valentino era vestita, e la si è vista a Tokyo - che in un novembre insolitamente caldo organizza un evento in due tempi dal titolo Valentino Tky (senza vocali, per suggerire dinamismo metropolitano) modulato sulla sensibilità del pubblico locale. Si comincia con il takeover del negozio di Ginza Six, trasformato in un gadgetworld pop nel quale collaborazioni con marchi giap quali Undercover e Doublet, o con artigiani locali, mettono in dialogo la cultura del posto con l’immaginario del nuovo Valentino.

L’operazione, realizzata con la collaborazione di Sarah Andelmann, ex Colette, moderna bottegaia ricercatissima per la capacità di creare esperienze di shopping multicanale dal sicuro successo, è presentata come un progetto culturale - il direttore creativo Pierpaolo Piccioli parla di un «confronto tra rinascimento e wabi sabi» - ma poco importa: di merchandising si tratta, efficace e riuscito. Dagli zoccoli alle felpe, dai manga ai kimono c’è davvero di tutto, in tiratura limitata - per due settimane a Tokyo, a primavera nelle boutique Valentino nel mondo - sicché le smanie dei collezionisti e maniaci dello shopping saranno soddisfatte. Più complesso il percorso estetico della sfilata, ospitata il 27 novembre in uno spazio industriale ben lontano dagli ambienti patrizi che la maison di solito predilige: un mix di rosso, rouche, volant e glamour, come sarebbe piaciuto a monsieur Garavani, e di decostruzione romantica. È qui che due concetti giapponesi, assai popolari tra gli occidentali, diventano centrali: da un lato il wabi-sabi, ossia la ricerca di ciò che è bello perchè imperfetto o segnato dal tempo, dall’altro il ma, ossia lo spazio o intervallo che separa due strutture - in questo caso estetica italiana e nipponica.

«Mi interessa trasformare la maison in un luogo inclusivo, per questo trovo che l’idea giapponese di bello, asimmetrica e dinamica, sia particolarmente rilevante – spiega Piccioli, il cui tocco è l’ingrediente che tiene insieme con sicurezza anche i riferimenti più disparati, come il denim e il taffetà –. Ho riletto il Valentino da cliché in ottica wabi-sabi, acciaccando rouche e plissettando abiti e tailoring in modo irregolare. La patina di vissuto è intenzionale, perché il tempo che passa è qualcosa di prezioso». L’operazione riesce perché lo spirito di sintesi è alto. Gli echi giapponesi sono ben evidenti: non kimono e Madama Butterfly, ma Issey Miyake e Rei Kawakubo, con la firma da italiano gentile di Piccioli. Per il resto, di una precollezione si tratta: abiti da vendere. Anche il commerciale, però si può fare con il cuore, omaggiando senza remore i maestri giap.

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